Il teatro greco antico è noto soprattutto per le tragedie.

 

La tragedia inizia bene e finisce male.

 

Esattamente il contrario della commedia, che inizia male e finisce bene.

 

Protagonisti delle tragedie sono personaggi aristocratici: re e regine, principi e principesse, eroi ...

 

A questi personaggi e ai loro destini di morte è legata la fortuna di queste rappresentazioni, anzi è proprio per le loro vicende che ancora oggi si dice "una storia tragica", "è finita in tragedia" ...

 

 

Medea

 

 

 

Medea è la giovane figlia del re della Colchide, la regione più orientale sulle coste del mar Nero, in cui un giorno approda il bel principe greco Giasone, che deve compiere un'impresa per poter diventare re.

 

La prova che Giasone deve superare, tuttavia, non è per nulla semplice: deve conquistare il vello d'oro, ma, per farlo, deve prima aggiogare due buoi che spirano fiamme dalle narici, arare un campo in cui seminare denti di drago da cui nascerà un esercito di guerrieri magici che dovrà sterminare e infine sottrarre il vello al drago che lo custodisce.

 

Medea, innamoratasi del giovane principe straniero, decide di aiutarlo con le sue arti magiche: gli dona un unguento che lo rende invulnerabile alle fiamme, una pietra incantata che farà uccidere i guerrieri l'un l'altro e, infine, un filtro che addormenterà il drago.

 

Forte degli aiuti magici, Giasone riesce a superare le prove e, dopo aver conquistato il vello d'oro, fugge via dalla città portandosi dietro Medea.

 

Trascorrono dieci anni, durante i quali Giasone e Medea vivono insieme e hanno due figli.

 

Nonostante la loro vita di profughi non sia semplice, tuttavia le cose sembrano andare piuttosto bene, fino a quando, però, Giasone decide di sposare Glauce, la principessa di Corinto.

 

A questo punto, Medea ha un violento scontro con l'ex compagno. Gli rimprovera di essere un ingrato, di averla sfruttata quando ne ha avuto bisogno e che, per averlo aiutato, ora lei è nemica della sua famiglia e vive in terra straniera, considerata da tutti una barbara.

 

Giasone le risponde in malo modo, dicendole che dovrebbe ringraziarlo per averle dato l'opportunità di vivere in una terra abitata dai Greci, un popolo civile, e soprattutto per il fatto che i suoi figli adesso diventeranno parenti di re e regine.

 

Medea, capito che Giasone non tornerà indietro dalla sua decisione, il giorno delle nozze fa recapitare un dono alla sposa: un velo e un mantello che, appena esposti alla luce, prendono fuoco uccidendo lei e il padre che aveva tentato di salvarla.

 

Quando Giasone si precipita in casa di Medea, non trova lei, che è già scappata via, ma i figli morti.

 

Adesso dovrà fuggire via da Corinto e rimarrà senza eredi.

 

 


 

 

Medea, Atto I (dialogo con Giasone)

 

 

 

Medea

 

La situazione è molto grave, chi lo nega?

 

Ma non finisce qui: gli sposini dovranno ancora affrontare prove e pene non certo leggere aspettano chi li ha fidanzati. Credi che io mi sarei comportata così amabilmente con costui se non avessi un piano? Non gli avrei neppure rivolto la parola né toccato la mano. E lui è stato così sciocco da farmi restare, invece di cacciarmi via e sventare i miei piani. In un giorno solo farò di tre nemici tre cadaveri: il padre, la figlia e mio marito. Conosco tante vie di morte per loro, anche troppe, e non so quale scegliere, mie care. Bruciare la casa degli sposi o trafiggere i cuori con la spada tagliente, entrando silenziosa in casa, fin nella stanza da letto? Ma c’è un ostacolo. Se mi scoprono mentre cerco di entrare in casa, mi uccideranno, e i miei nemici rideranno di me. Meglio la via più rapida, di cui sono esperta: li ucciderò col veleno. E quando saranno morti? Chi mi accoglierà? Quale ospite salverà la mia persona offrendomi un riparo e una garanzia in casa sua? Non c’è nessuno.

 

Resterò ancora qui per un po’, per vedere se trovo un rifugio sicuro; perseguirò quest’omicidio in silenzio, con l’inganno. Se poi, per un colmo di sventura, sarò cacciata via, afferrerò una spada e, se devo morire, ucciderò anche loro con la violenza aperta. Ah, no, lo giuro, per la sovrana che venero più di tutti, Ecate, che risiede negli angoli più nascosti del mio focolare: nessuno dei miei nemici si rallegrerà di aver afflitto il mio cuore. Renderò amare e luttuose le nozze, amara la parentela e questo mio esilio. Coraggio Medea, non risparmiare nulla di ciò che sai, dei tuoi piani e dei tuoi tranelli. Vai verso il rischio atroce, ora si mette alla prova il coraggio. Ciò che soffri, lo vedi. A queste nozze della stirpe di Sisifo con Giasone non devi offrire motivo di scherno. Nasci da un padre nobile e dal Sole. Possiedi la conoscenza. E, in più, noi donne siamo incapaci di fare il bene, ma siamo abilissime a fare ogni tipo di male.

 

 

 

Giasone

 

Non è la prima volta. Spesso ho visto che l’ira violenta è una disgrazia senza rimedio.

 

Veniamo a te: Potresti vivere in questa terra, in questa casa, sottomettendoti in pace al volere dei più forti. Invece te ne andrai per colpa delle tue sciocche parole. Io? Me ne infischio. Continua, se ti fa piacere, a dire che il più perfido degli uomini è Giasone. Ma tutto quello che hai detto sul re e sulla principessa … sei fortunata che la punizione sia soltanto l’esilio. Io ho cercato di calmare l’ira dei sovrani, avrei voluto farti restare, ma tu ti sei comportata come una pazza, hai insultato il re … Ebbene, ora te ne andrai. Ma, nonostante tutto, io non mi dimentico delle persone a cui ho voluto bene e sono qui perché mi preoccupo, donna, per te, non voglio che te ne vai con i tuoi figli senza un soldo, perché le difficoltà che l’esilio porta con sé non sono certo poche. Anche se tu mi odi, io non desidero il tuo male né adesso né mai.

 

 

 

Medea

 

Disgraziato! La mia lingua non trova un insulto adeguato alla tua vigliaccheria. Sei venuto? Tu che ti sei fatto odiare più di chiunque altro. Cosa credi, che sia un atto di coraggio guardare in faccia i propri cari dopo averli maltrattati? È solo la peggiore malattia che c’è fra gli uomini: si chiama spudoratezza. Ma hai fatto bene a venire, così potrò sfogarmi.

 

Comincio dal principio: Chi ti ha salvato? Io. Lo sanno tutti i Greci che si sono imbarcati con te sulla nave Argo. Qual era la tua missione? Aggiogare i tori che spiravano fiamme dalle narici, seminare quel terreno di morte. E quel serpente? Che nell’intrico delle sue molte spire custodiva senza sonno il vello d’oro? Chi lo ha ucciso? Io. Io ho alzato la luce della salvezza davanti a te. E poi? Poi ho tradito mio padre, la mia famiglia, e sono venuta a Iolco con te, ho ucciso Pelia con la peggiore delle morti, quella che gli è venuta dalle figlie. Per chi l’ho fatto? Per liberare te da ogni paura. Questo hai avuto da me, sciagurato. E tu? Tu mi hai tradito, sei passato a un altro letto. Ma c’erano i figli. Se tu non avessi avuto figli forse questo amore per un’altra donna sarebbe stato perdonabile. E i giuramenti? Niente. Spariti. Non so cosa credi. Forse che gli dei di allora non contino più o che siano cambiate le leggi, perché lo sai bene che sei uno spergiuro. Povera la mia mano, che hai stretto tante e tante volte. Le mie ginocchia, inutilmente toccate da un malvagio. Quante speranze fallite. Ma via, ti parlerò come si parla a un amico. Non merito qualche bene da te? Non importa. Sarà la tua vergogna dopo le mie domande. Dimmi, dunque, adesso dove credi che dovrei andare? A casa di mio padre? Che ho tradito per te? Dalle innocenti figlie di Pelia? Mi faranno sicuramente un’ottima accoglienza, visto che ho ucciso il loro padre. La situazione è questa: i miei parenti mi odiano, e mi sono nemiche anche persone che non mi avevano fatto alcun male e che io ho offeso solo per te. Mi hai fatto diventare proprio felice agli occhi di molte donne in Grecia, ricompensandomi per quello che ho fatto per te, ne ho guadagnato un marito invidiabile e fedele. Povera me. Me ne andrò in esilio, cacciata via da questa terra, senza un amico, abbandonata, coi figli abbandonati. Che vergogna per lo sposino che se ne vadano in giro come dei vagabondi i suoi figli e la donna che gli ha salvato la vita. O Zeus, perché mai ha permesso ai mortali di distinguere l’oro vero dal falso e sul corpo degli uomini non hai messo alcun marchio che faccia riconoscere il malvagio?

 

 

 

Coro

 

È terribile l’ira, e non si sana, quando l’amico litiga con l’amico.

 

 

 

Giasone

 

A quanto pare, qui bisogna saper parlare, come un buon nocchiero bisognerà raccogliere le vele per scampare al tuo turbine di parole dolorose. Ma io, visto che esalti tanto le tue azioni, penso che la sola salvezza della mia navigazione sia stata Afrodite. Nessun altro dio, nessun essere umano. La tua mente è sottile, ma certo non vuoi dire come a costringerti a salvare la mia persona da terribili prove fu Amore.

 

Ma non voglio insistere su questo. Qualunque ne sia stata la causa, certamente il tuo aiuto fu un bene per me. Eppure, a confronto della mia salvezza, ciò che hai guadagnato tu è molto di più di quello che hai dato e te lo dimostro. Innanzitutto non vivi più in una terra abitata da barbari, ma in Grecia. Ora conosci la giustizia e le leggi e non più solo la violenza. Sei saggia, in Grecia se ne sono accorti tutti, e ne hai ricevuto fama. Se abitassi ai margini del mondo, oggi nessuno parlerebbe di te. Io non vorrei tesori in casa, né cantare meglio di Orfeo, se poi la mia fortuna non mi rendesse famoso. Per quanto riguarda i miei travagli, basti questo. A provocarmi sei stata tu. Riguardo ai tuoi rimproveri per il mio matrimonio con la principessa, ti dirò che, primo, sono stato furbo, secondo, equilibrato, terzo, un grande amico, tuo e dei tuoi figli. Non ti agitare! Quando sono venuto qui dalla terra di Iolco, esule, pieno di sventure, che cosa potevo inventarmi meglio che le nozze con la figlia di un re? Non l’ho fatto, sappilo, perché odio il tuo letto, se è questo che ti dà fastidio, né per il desiderio di una moglie nuova, o per fare a gara con qualcuno per il numero dei figli; quelli che ho sono sufficienti, e non me ne lamento. Lo scopo era un altro: vivere bene, senza problemi economici, che è la cosa più importante, perché (io lo so bene) quando uno è povero, tutti gli amici fuggono via. E poi crescere i figli in modo degno della mia casata, generando fratelli ai figli che mi hai dato, mettendo tutti sullo stesso piano, creare un’unica famiglia ed essere felice. A te non servono altri figli, mentre io voglio procurare un vantaggio ai figli che ho grazie a quelli che verranno. Ti sembra sbagliata la mia decisione? No. Lo ammetteresti, se non ci fosse la gelosia che ti tormenta. Donne! Siete così sciocche che fin quando col marito il letto va bene siete convinte di avere tutto, ma se il letto non va, anche le cose migliori e più utili le credete nemiche. Bisognerebbe generare figli in un altro modo e che non esistessero le donne: l’uomo non avrebbe nessun problema.

 

 

 

Corifea

 

Giasone, hai fatto un bel discorso, ma lasciatelo dire, anche se forse non te l’aspetti, la mia opinione è che hai tradito la sposa, e questo non è giusto.

 

 

 

Medea

 

Certo, io sono diversa in molte cose dalla tua gente. Per me, se un ingiusto è abile con le parole, ciò che merita è una grandissima pena. Pensa di abbellire i suoi sbagli con la lingua, ma non direi che sia saggio. Così tu non fingere con me di essere un brav’uomo, non fare sfoggi oratori, perché basta una parola a farti cadere. Se non fossi quel malvagio che sei, dovevi venire a parlare con me e poi sposarti, no così di nascosto.

 

 

 

Giasone

 

Ma certo, immagino che bella accoglienza avresti fatto alle mie parole se ti avessi detto del matrimonio. Ma se neppure ora ti rassegni ad allentare l’ira che ti consuma.

 

 

 

Medea

 

Quello che avevi in mente tu era altro. La verità è che ti sei stancato del letto di una barbara che non è più giovane.

 

 

 

Giasone

 

Ma allora non mi ascolti: non è per avere un’altra donna che sto sposando la principessa! Lo faccio per te e per i miei figli, per dargli dei fratelli di sangue reale!

 

 

 

Medea

 

Ma io non voglio una ricchezza che mi dà dolore, e non voglio un benessere che mi tormenta l’anima.

 

 

 

Giasone

 

Lo sai cosa dovresti augurarti per sembrare più saggia? Ciò che utile non sembri mai doloroso e, quando sei fortunata, non pensare di non esserlo.

 

 

 

Medea

 

Mi stai offendendo, ma fallo pure, tanto tu una via di fuga ce l’hai. Sono io quella senza nessuno, che se ne andrà in esilio da questo paese.

 

 

 

Giasone

 

L’hai voluto tu, non incolpare gli altri.

 

 

 

Medea

 

Ma sono io quella che si sposa? Sono io quella che ha tradito?

 

 

 

Giasone

 

Stai imprecando contro i sovrani: è un crimine.

 

 

 

Medea

 

Contro di te tutto il mio essere impreca.

 

 

 

Giasone

 

Basta! Non voglio più discutere con te. Se vuoi, per te o per i figli, un aiuto in denaro, parla pure. Sono pronto a darti con generosità, a garantire per te presso gli ospiti: ti tratteranno bene. Non vuoi? È una tua scelta, un’altra pazzia. Quando la smetterai con l’ira, ci guadagnerai.

 

 

 

Medea

 

Non so che farmene, davvero, dei tuoi ospiti, e i tuoi soldi non li prendo: i regali di un malvagio non hanno mai portato giovamento.

 

 

 

Giasone

 

Chiamo a testimoni gli dei che sono pronto ad aiutare te e i figli in ogni modo, ma a te quello che è bene non piace mai e con un orgoglio tracotante respingi chi si preoccupa per te. Ebbene, ne piangerai le conseguenze (esce)

 

 

 

Medea

 

Vattene, vattene, ti struggi per la sposina e stai perdendo tempo qui, lontano da lei. Sposati, sposati! Ma può darsi (e che le mie parole non siano invano) che di queste nozze tu ti pentirai (esce).