Luoghi notevoli

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Già nell’antichità Quinto Ennio era considerato il padre della letteratura latina per il fatto di aver usato nelle sue opere l’esametro, il verso utilizzato nella poesia epica greca da Omero in poi.

La sua opera più importante furono gli Annales, un poema epico storico, ma scrisse anche molto altro, qualificandosi come il primo letterato colto di Roma antica.

Vita

Cicerone, nel Brutus, ci informa che Livio Andronico fece rappresentare la sua prima opera teatrale l’anno precedente la nascita di Ennio.

E siccome sappiamo che l'esordio teatrale di Andronico va collocato nel 240, evidentemente Quinto Ennio nacque nel 239 a. C.

 

Riguardo al luogo di nascita, ci viene in aiuto una testimonianza dello stesso Ennio che, nel diciottesimo libro degli Annales, dice:

 

Nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini.

 

Sono diventato cittadino romano, io che nacqui a Rudiae.

 

Dunque Ennio nacque a Rudiae, vicino Lecce, nel 239 a. C. da una famiglia illustre visto che, secondo Servio, il poeta si faceva discendere da Messapo, mitico re da cui prendeva il nome l'intera regione.

 

Possiamo dunque immaginare che ricevette un'ottima istruzione e che, al momento del suo trasferimento a Roma, allora la superpotenza emergente nell'area del Mediterraneo, gli fu relativamente semplice venire a contatto con alcuni dei personaggi più influenti dell'epoca: Catone il censore, gli Scipioni, i Fulvi (per intercessione dei quali otterrà la cittadinanza romana).

 

Nel 204 a. C., in piena seconda guerra punica, lo troviamo militare di leva in Sardegna dove incontra Catone il censore che, l'anno successivo, lo porterà con sé a Roma.

 

Qui Ennio insegnò lingua e letteratura greca, adattò per le scene spettacoli teatrali tratti da modelli greci ed entrò in contatto con il cosiddetto circolo degli Scipioni, diremmo oggi dei progressisti, favorevoli alla trasformazione della cultura romana verso il modello più aperto della società greca.

In onore dell’Africano Maggiore compose lo Scipio, un poemetto celebrativo.

 

L'amicizia con il gruppo dei progressisti gli costò la rottura con Catone, uno dei leader dei conservatori (a cui pare, peraltro, che Ennio avesse inutilmente chiesto un interessamento per ottenere la cittadinanza romana).

 

Nel 189 a. C. accompagnò Marco Fulvio Nobiliore in Etolia, dove il console romano guidava una spedizione militare e scrisse l’Ambracia, una tragedia praetexta in cui celebrava la resa della città (capitale della Lega etolica che si era ribellata ai Romani) e la vittoria di Nobiliore.

 

Nel 184 a. C. il figlio di Marco, Quinto Fulvio Nobiliore, in qualità di triumviro, ottenne di fondare una colonia, forse a Pesaro.

 

Nella nuova colonia Ennio ottenne delle terre e, finalmente, la cittadinanza romana a lungo desiderata.

 

Dopo aver assunto la cittadinanza romana, premise al proprio nome quello del suo mecenate (Quinto Fulvio Nobiliore) e si chiamò Quinto Ennio.

 

Forse durante la vecchiaia compose l’opera che lo avrebbe reso famoso, gli Annales e si ritirò a vivere sull’Aventino insieme al poeta Cecilio Stazio.

 

Morì nel 169 a. C., all’età di settant’anni, dopo aver messo in scena il suo ultimo spettacolo, la tragedia Tieste.

 

Opere

Ennio fu uno scrittore versatile e dagli interessi molteplici, come testimonia l'elenco delle sue opere oggi, purtroppo, per noi perdute.

 

Opere filosofiche:

Epicharmus, poemetto intitolato al commediografo siciliano Epicarmo (vissuto nel V sec. a. C.)

Protrepticus, serie di massime di filosofia morale

Euhemerus, dedicato al filosofo Evemero da Messina (vissuto fra IV e III sec. a. C.), un ateo materialista ante litteram che, attraverso la finzione di un viaggio fantastico da lui compiuto ai confini del mondo orientale, tentava di dimostrare l'inconsistenza della fede politeista tradizionale.

Giunto su un’isola ai confini del mondo, infatti, Evemero avrebbe trovato una stele con incise le imprese umanissime di Zeus e altri presunti dei e ne avrebbe dedotto che in realtà gli dei della religione tradizionale erano stati solo degli uomini dotati di particolare inventiva, autori di geniali innovazioni nei diversi campi del sapere, perciò ritenuti superiori, divini, dopo la loro morte terrena.

 

Anche se oggi non possediamo quasi nulla di queste opere, possiamo però dedurne il valore rivoluzionario per la mentalità tradizionale romana e la profonda innovazione che queste opere segnano nel panorama dell'antica letteratura latina rispetto alle opere, certamente meno impegnate sotto il profilo filosofico, di Andronico e Nevio.

 

Opere satiriche:

Hedyphagetica, ricettario gastronomico in esametri, dal tono scherzoso.

Sota, dal nome del poeta alessandrino Sotade di Maronea, serie di aneddoti comici e licenziosi.

Saturae, in metro vario, su diversi argomenti.

 

Scipio, poemetto encomiastico sulle imprese di Publio Cornelio Scipione, l'eroe della vittoria romana sui cartaginesi nella II guerra punica.

 

Opere teatrali

Fabulae cothurnatae (tragedie di argomento greco):

Achilles (Achille), Aiax (Aiace), Alexander (l'altro nome con cui il mondo antico conosceva Paride), Alcmeo (Alcmeone), Andromacha aechmalotis (Andromaca prigioniera), Andromeda, Athamas (Atamante), Cresphontes (Cresfonte), Erechteus (Eretteo), Eumenides (Eumenidi), Hectoris lustra (Il riscatto di Ettore), Hecuba (Ecuba), Iphigenia (Ifigenia), Medea exul (L'esilio di Medea), Melanippa, Nemea, Phoenix, Telamo (Telamone), Telephus (Telefo), Thyestes (Tieste).

 

Fabulae praetextae: Ambracia, Sabinae.

 

Dell'Ambracia abbiamo già detto. Si trattava di una pretesta, cioè una tragedia di argomento romano, in cui Ennio celebrava la presa della città omonima, leader della lega etolica in rivolta contro Roma, da parte del console Marco Fulvio Nobiliore, suo influente protettore.

 

Le Sabine, invece, raccontavano del celebre stupro collettivo organizzato da Romolo e dai suoi accoliti fondatori di Roma per garantirsi una stirpe.

 

Commedie: Caupuncula (La padrona dell'osteria), Pancratiastes (Il pugile).

Annales

Ma l'opera più celebre di Ennio furono certamente gli Annales

Fin quando Virgilio non scrisse l’Eneide, infatti, i Romani considerarono gli Annales ennniani il poema epico nazionale e il suo autore come il padre della letteratura latina, anche se, secondo Cicerone, il Bellum Poenicum di Nevio era un’opera perfetta, degna di una statua di Mirone.

Per capire il motivo per cui Ennio spodestò il precursore, bisogna prima comprendere che i Latini avevano vissuto per secoli una sorta di complesso di inferiorità nei confronti della cultura greca, non solo più antica ma, soprattutto, ricca di opere letterarie di alto valore artistico in tutti i campi, dal teatro alla poesia, dalla storia all’arte figurativa.

Le legioni romane avevano conquistato la Magna Grecia e si preparavano a invadere la Grecia stessa e l’Oriente.

Ma gli abili politici di Roma capivano che se volevano imporsi ai popoli sottomessi, e non semplicemente dominarli con la forza delle armi, dovevano competere con loro a tutto campo e dimostrare di esserne all'altezza se non superiori.

Il loro ruolo di guida del mondo civilizzato doveva apparire come una missione storica e non il frutto di un'oppressione militare.

Dunque assumevano insegnanti greci, offrivano spettacoli teatrali alla greca, riempivano Roma di monumenti che gareggiassero in fasto e grandiosità con le meraviglie del mondo antico.

Valorizzavano l’apporto di tutti quei letterati che si trasferissero a Roma per tentare lì la carriera artistica.

Così Livio Andronico poté dare origine alla letteratura in lingua latina, Nevio romanizzarla, ma Ennio si spinse su un terreno ancora inesplorato, non limitandosi a imitare i modelli greci, bensì sfidandoli sul piano della forma artistica, imitandone - primo fra i letterati di Roma antica - il metro utilizzato: l’esametro.

 

Ennio stesso aveva chiara coscienza della portata storica del proprio esperimento, tanto che in un passo (del libro VII) che ci è stato conservato scrive:

 

scripsere alii rem

Versibus quos olim Faunei vatesque canebant;

Cum neque Musarum scopulos quisquam superarat

Nec dicti studiosus erat,

 

Altri hanno scritto di questa guerra

nei versi che un tempo cantavano Fauni e indovini,

quando nessuno aveva varcato gli scogli delle Muse,

e non c'era nessun poeta colto,

 

Altri, cioè Nevio, avevano scritto sul conflitto fra Romani e Cartaginesi prima di Ennio, dunque non c'è originalità in questo (anche se Nevio scriveva della I guerra punica, Ennio della seconda).

La novità, invece, è a livello formale: i poeti precedenti avevano scritto in saturni, gli antichi versi italici dei Fauni (creature mitologiche) e degli indovini; versi rozzi, privi dell’eleganza e della musicalità della poesia greca in esametri.

Perciò nessuno aveva superato gli scogli delle Muse, perché nessuno aveva tentato di gareggiare con la poesia greca sul piano formale.

Ennio si definisce inoltre dicti studiosus, che è la traduzione letterale del greco filologo. Il termine, tuttavia, non ha l'accezione moderna, non indica l'esperto in grado di scegliere la lezione migliore fra quelle pervenute nei vari manoscritti, ma piuttosto l'esperto di letteratura, il poeta colto che ha studiato i testi greci, ne conosce i segreti, la fattura, la ricchezza lessicale e sintattica e, soprattutto, l'armonia della metrica.

 

Contenuto

Gli Annales raccontavano la storia di Roma dalle sue origini fino ai tempi contemporanei.

Il metodo della narrazione era quello tipico della storiografia romana antica, cioè annalistico.

I fatti erano ordinati anno per anno in 18 libri, suddivisi in tre gruppi di 6 (chiamati perciò esadi).

Dei 15.000 versi originari, oggi ne rimangono circa 600, certamente pochi in assoluto, ma molti di più rispetto, ad es., ai 40 dell’Odusia.

 

Questo il contenuto delle tre esadi (fra parentesi la cronologia): 

I esade: Proemio - Dalla fuga di Enea da Troia all’invasione di Pirro (Dalle origini mitologiche al 235 a. C.)

 

II esade: Secondo proemio - Dall’invasione di Pirro alla II guerra macedonica

(235 a. C. – 197 a. C.)

 

III esade: Dalla fine della II guerra macedonica alla guerra istriana (196 a. C. – 178 a. C.)

 

Non è chiaro oggi per quale motivo Ennio abbia strutturato la sua opera nei tre gruppi di sei. Forse si trattò di esigenze editoriali: anziché attendere la stesura dell'opera completa (che impegnò l'autore fino agli ultimi anni della sua vita), si potevano pubblicare le esadi man mano che venivano completate.

 

La questione della pubblicazione si lega, in effetti, a un altro dubbio che gli studiosi si sono posti, vale a dire quando il poeta abbia composto l'opera, se  nel corso di tutta la vita (a supporto di questa tesi vengono addotte le dimensioni dell'opera), o se durante la vecchiaia (in questo caso si adduce la maturità dello stile).

 

Anomalo, infine, appare il numero dei libri di cui l’opera risultava composta, cioè 18.

Forse l’intenzione di Ennio era giungere a 24 (come l'Iliade e l'Odissea), ma la morte interruppe la composizione dell’opera.

Proemio - Il sogno di Omero

Musae quae pedibus magnum pulsatis Olimpum

 

Muse, che a passo di danza battete il grande Olimpo.

 

Nel Proemio Ennio invocava ovviamente le Muse greche e non le Camene italiche.

 

Subito dopo l’invocazione, Ennio esponeva l’argomento dell’opera e raccontava il sogno che lo aveva ispirato:

 

……… visus Homerus adesse poeta

 

…….. apparve vicino a me il poeta Omero

 

Il brano da cui è tratto il precedente verso è gravemente corrotto, tuttavia il frammento, unito ai successivi, ci dà il senso complessivo: Ennio sogna di trovarsi sul monte Parnaso, dove incontra Omero, il quale gli racconta le sue varie reincarnazioni: prima nel corpo di un pavone

 

……… memini me fiere pavum

 

……… ricordo di essere stato un pavone

 

quindi nel corpo di Pitagora, infine proprio nel corpo di Ennio, allo scopo di dare inizio alla letteratura latina come, secoli prima, aveva fatto per la Grecia.

 

Dunque, Ennio non è soltanto un imitatore di Omero, come Andronico, o un iniziatore, come Nevio, egli è veramente Omero latino.

 

Uomini illustri

(dal Libro VI)

 

Quem nemo ferro potuit superare nec auro.

 

Nessuno poté vincerlo, né con le armi, né col denaro

 

Il personaggio di cui Ennio sta tessendo le lodi è Manio Curio Dentato, il console che nel 279 a. C. sconfisse le truppe di Pirro nella famosa battaglia di Malevento, che da quel giorno i Romani rinominarono in Benevento, proprio a ricordo della vittoria.

Di lui si ricordava l’onestà, tant’è che rifiutò sdegnosamente un tentativo di corruzione da parte dei Sanniti, rispondendo che i Romani non aspiravano a possedere l’oro ma i proprietari dell’oro.

 

 

(dal libro IX) 

 

Unus homo nobis cunctando restituit rem.

Non enim rumores ponebat ante salutem.

 

Un solo uomo ha salvato, temporeggiando, lo Stato.

Infatti, non riteneva le critiche più importanti della salvezza (della patria).

 

Si tratta di Quinto Fabio Massimo, soprannominato “il temporeggiatore” per la tattica di prudente attesa e logoramento a distanza del nemico.

All’indomani della battaglia del Trasimeno, in cui le truppe cartaginesi avevano massacrato 15.000 legionari romani e ne avevano catturati altrettanti, le sorti della guerra sembravano segnate e anzi si attendeva con terrore che da un momento all'altro Annibale marciasse nel Lazio per porre l'assedio a Roma stessa.

In questa situazione cruciale, il comando delle operazioni di guerra fu affidato a Quinto Fabio, un tattico eccezionale, che riuscì a evitare nuovi scontri in campo aperto con l'invincibile cavalleria cartaginese e a trasformare il conflitto in una guerra di logoramento ai danni del nemico.

Questo sua tattica veniva però criticata da molti, che avrebbero preferito affrontare Annibale alla vecchia maniera e tentare di sconfiggerlo in uno scontro campale.

Quinto Fabio, tuttavia, avendo a cuore più la salvezza della patria che le critiche e la propria reputazione, continuò con la gestione del conflitto che gli sembrava più appropriata in quel frangente delicato e, in tal modo, salvò lo Stato.

 

Ennio, comunque, non risparmia lodi anche per illustri nemici, come Pirro, oppure per un comune tribuno militare romano che diventa grandioso per il coraggio dimostrato in battaglia (dal libro XVIII):

 

 

Undique conveniunt vel ut imber tela tribuno:

Configunt parmam, tinnit hastilibus umbo

Aerato sonitu galeae: sed nec pote quisquam

Undique nitendo corpus discerpere ferro.

Semper obundantes hastas frangitque quatitque:

Totum sudor habet corpus multumque laborat,

Nec respirandi fit copia: praepete ferro

Histri tela manu iacientes sollicitabant.

 

Dappertutto piovono, come una pioggia, i dardi sul tribuno:

perforano lo scudo, rintrona l’umbone per le lance

e l’elmo di bronzo: ma nessuno è capace

di straziare il corpo col ferro, pur tentando da tutte le parti.

Sempre spezza e fracassa le lance numerose:

il corpo è tutto un sudore, immensa la fatica,

gli manca il fiato: col ferro veloce

lo tormentano gli Istri, scagliando giavellotti.

 

Il sogno di Ilia

Il libro primo degli Annales conteneva uno dei brani più noti dell'opera, il cosiddetto "sogno di Ilia", la futura madre di Romolo e Remo.

 

Excita cum tremulis anus attulit artubus lumen,

talia commemorat lacrimans, exterrita somno :

'Eurudica prognata pater quam noster amavit,

vires vitaque corpus meum nunc deserit omne.                         35

Nam me visus homo pulcher per amoena salicta

et ripas raptare locosque novos: ita sola

postilla germana soror, errare videbar

tardaque vestigare et quaerere te, neque posse

corde capessere: semita nulla pedem stabilibat.                         40

Exin compellare pater me voce videtur

his verbis: "o gnata, tibi sunt ante ferendae

aerumnae, post ex fluvio fortuna resistet."

Haec ecfatus pater, germana, repente recessit

nec sese dedit in conspectum corde cupitus,                                 45

quamquam multa manus ad caeli caerula templa

tendebam lacrumans et blanda voce vocabam.

Vix aegro cum corde meo me somnus reliquit.'

 

Non appena, affrettandosi la vecchia con le mani tremanti ebbe portato il lume, allora (Ilia), atterrita dalla visione avuta nel sonno, tra le lacrime fece questo racconto: “O figlia di Euridice, che fu amata sposa di nostro padre, ora le forze della vita abbandonano interamente il mio corpo. Ho visto infatti in sogno un uomo prestante che mi trascinava con sé per ameni saliceti e per rive e luoghi sconosciuti; così dopo mi sembrava, o sorella mia, di andare vagando sola e lentamente seguire le tue tracce cercandoti senza riuscire a capire dove tu fossi; non v’era sentiero su cui sentissi sicuri i miei passi. Poi mi sembrò che nostro padre mi parlasse con tali parole: ‘Figlia mia, tu dovrai prima sopportare molte prove dolorose, poi la buona fortuna tornerà a te dal fiume’. Appena dette queste parole, o sorella, il babbo rapidamente sparì, né più si presentò alla mia vista, pur tanto desiderato dal mio cuore, sebbene più volte piangendo levassi le braccia verso gli azzurri spazi del cielo e con dolci parole lo chiamassi. A questo punto a stento il sonno mi abbandonò lasciandomi col cuore in preda all’angoscia.”

(Traduzione di A. Traglia, Poeti latini arcaici, Torino, 1986).

 

Gli antichi Greci e Latini non conoscevano l'interpretazione dei sogni del noto medico viennese.

Eredi della cultura sciamanica dei popoli indoeuropei, erano convinti che il sogno fosse non il terreno di scontro di arcani conflitti edipici, bensì una dimensione in cui l'anima, svincolata dai limiti materiali del corpo, viaggiasse in compagnia degli dei.

Ecco perché in sogno si poteva prevedere il futuro, perché nel sogno i confini del tempo propri della dimensione terrestre sono annullati.

Esattamente questo è ciò che accade a Ilia: durante il sonno vede se stessa presa per mano da un uomo che la conduce in un bosco per farla sua.

Poi, come accade nel flusso incostante dei nostri pensieri, vede suo padre che le predice dolori ma anche un futuro glorioso venuto dal fiume.

 

C'è qui innuce la storia mitica dei fondatori di Roma: la violenza del dio Marte (l'homo pulcher del sogno), la gravidanza di Ilia, l'abbandono dei figli in una cesta, il ritrovamento dei neonati da parte della lupa ...

 

Purtroppo gli Annales ci sono giunti solo per frammenti, ma questi versi ci dicono che Ennio, pur raccontando fatti militari, non dovette mancare di una tenera vena poetica.