Petronio

Satyricon

Premessa

Il Satyricon rappresenta uno dei rompicapo più affascinanti che il naufragio dei testi antichi ci abbia consegnato.

 

Infatti, anche se dell'opera non conosciamo l'autore, il titolo, il contenuto, né il genere di appartenenza né, soprattutto, il periodo in cui vide la luce, tuttavia, di questo che a buon diritto può essere considerato il primo romanzo della letteratura latina, abbiamo quel che basta per essere attirati nel suo mondo bohemienne.

 

I pochi capitoli che oggi possediamo ci parlano di una coppia gay, Encolpio e Gitone e delle loro (dis)avventure, fra navi pirata, visite a pinacoteche, viaggi, relax alle terme, discussioni su temi scottanti dell'epoca (ma forse non solo di quell'epoca) come la crisi della scuola, l'immoralità della politica, la vanagloria dei nuovi ricchi, la perdita dei valori ...

E una cena, che costituisce l'unica sezione integra del romanzo, documento preziosissimo per conoscere da vicino le abitudini alimentari e il modus vivendi della società bene di una Campania che fu.

Il tutto inserito in un contesto da letteratura erotica che è, verosimilmente, il motivo principale per cui il romanzo (così come tutta la letteratura erotica antica) non ci è stato conservato nella sua interezza.

Contenuto

Il romanzo si apre per noi con il libro XIV.

Dei precedenti tredici libri nulla conosciamo, al di là di pochi ma preziosi indizi che le pagine del romanzo ci forniscono qua e là.

 

La scena è in Campania, vicino Napoli.

Encolpio e Ascilto frequentano la scuola del retore Agamennone. Tra il professore e gli allievi inizia una discussione sulla crisi delle scuole e la decadenza dell'oratoria, ormai ridotta a un repertorio di effetti speciali con cui attirare l'attenzione dell'uditorio, ma priva di valori nella sostanza.

Agamennone contrappone alla vuota ricercatezza degli oratori contemporanei, la lingua cristallina dei classici greci: Sofocle, Platone, Demostene ...

La discussione si sposta poi sul metodo di insegnamento di Agamennone, cui vengono rimproverati gli stessi difetti da lui imputati ai suoi contemporanei.

Il professore si difende dicendo che se non adeguasse la propria didattica alle richieste dei genitori la sua scuola sarebbe vuota. Sono proprio i genitori la rovina della società: desiderano per i figli il successo facile.

Mentre Agamennone inizia a recitare in versi il suo credo didattico, Encolpio si accorge della scomparsa di Ascilto.

Intimorito dal sospetto che il giovane voglia soffiargli l'amasio, lascia di corsa la scuola per inseguirlo, ma è nuovo nella città e non riesce a ritrovare l'albergo in cui è alloggiato insieme a Gitone, il suo ragazzo.

Mentre girovaga per le vie, lo accosta una vecchietta venditrice di ortaggi promettendogli il proprio aiuto. In realtà lo conduce in una casa di piacere dove, poco dopo, arriva anche Ascilto a cui è capitata una disavventura simile.

A questo punto il testo è mutilo, ma sembra abbastanza chiaro che i due vengano offerti alla libidine dei clienti.

 

Dopo la lacuna, all'angolo di una piccola via, Encolpio ritrova Gitone, il quale gli confessa di essere appena stato violentato da Ascilto. Rissa furibonda tra quest’ultimo ed Encolpio.

Dopo varie altre vicende, i tre giovani riescono finalmente a rientrare nella loro stanza d’albergo, dove ricevono la visita di una misteriosa donna dal capo velato che si rivela essere la serva di Quartilla, una sacerdotessa del dio Priapo, il dio romano della fertilità. Nella parte perduta del romanzo, stando agli indizi che si riesce a ricavare da questa scena, i giovani dovevano aver compiuto un qualche atto sacrilego durante un rito in onore del dio e per questo, adesso, devono sottostare a una punizione. Giunge Quartilla in persona, supplicando i giovani di non rivelare i misteri del dio. Il testo che segue è estremamente lacunoso, ma ci lascia intuire che la sacerdotessa proponga un rito orgiastico di espiazione per placare l’ira divina.

I giovani, stremati dalle reiterate prove sessuali, chiedono una tregua, ma le donne legano loro mani e piedi e li drogano con il satirio, un potente afrodisiaco, per poter continuare il “rito” anche contro la loro volontà.

Matrimonio di Gitone con una bambina di sette anni. Quartilla, dopo aver ricordato come anche le sue esperienze erotiche fossero iniziate a quell’età, spia da una fessura il rapporto fra i due sposi.

 

I tre ritornano a casa. Qui li raggiunge un servo del retore Agamennone per ricordare loro la cena a casa di Trimalchione.

I giovani si recano alle terme, dove osservano un vecchio calvo dai modi kitsch che ostenta opulenza. Si tratta proprio di Trimalchione, il loro ospite.

 

Inizia a questo punto la sezione più rilevante del romanzo per la sua interezza, ossia la cosiddetta Cena di Trimalchione.

Encolpio, Ascilto e Gitone arrivano a casa di Trimalchione. Stupiti dalla ricchezza dell’edificio, dalla raffinatezza dei suoi arredi, vengono accompagnati nella sala da pranzo dove prendono posto su dei comodi triclini. Degli schiavi egizi, cantando, puliscono loro le mani con acqua tersa e fresca, mentre altri, cantando anche loro, si dedicano alla pulizia dei piedi. Encolpio commenta dicendo che gli sembra di essere finito in uno spettacolo di pantomimo piuttosto che nella sala da pranzo di una persona per bene.

Vengono serviti gli antipasti: al centro di un grande piatto da portata si eleva un asinello in bronzo di Corinto che porta due sacche, una ricolma di olive bianche, l’altra di olive nere. Al di sopra dell’asinello, come fossero un tetto, due vassoi d’argenti con inciso il nome di Trimalchione; su dei ponticelli stanno ghiri conditi con miele e papavero. Infine, salsicce fumanti su una graticola d’argento, sotto alla quale, a simulare la brace ardente, sono state disposte ad arte prugne di Siria e chicchi di melograno.

 

Ingresso trionfale del padrone di casa, portato in lettiga dai suoi schiavi e deposto su un letto di soffici cuscini. Trimalchione sfoggia un vestito color porpora e gioielli al modo di un imperatore orientale.

 

Ancora antipasti e vino mielato. Altri schiavi, stavolta dall’Etiopia, lavano nuovamente le mani ai convitati, dopodiché viene servito del vino falerno invecchiato cent’anni e uno schiavo porta uno scheletro d’argento alla vista del quale Trimalchione improvvisa una declamazione sulla precarietà della vita.

 

Ha inizio la cena vera e propria.

 

Su un grande trionfo circolare vi sono pietanze che richiamano, ciascuna, uno dei dodici segni zodiacali.

Degli schiavi sollevano la parte superiore della composizione, svelando un ulteriore vassoio che reca una lepre con le ali a imitazione del mitico Pegaso. Ai quattro angoli, altrettante statuette del satiro Marsia con in mano degli otri da cui fuoriesce una salsa che irrora i pesci sottostanti.

 

Digressione di uno degli ospiti su Trimalchione, sua moglie Fortunata, le loro mirabili ricchezze, su altri commensali, liberti anch’essi.

 

Si annuncia un’altra portata. Degli schiavi portano cuscini intessuti con scene di caccia; una muta di cani latranti viene fatta entrare nel triclinio, seguiti da un cinghiale, deposto su un enorme vassoio. Le zanne del cinghiale sostengono due cestini, uno ripieno di datteri secchi, l’altro di datteri freschi. Uno schiavo fa un’incisione netta nel cinghiale e... colpo di scena, dal suo ventre fuoriescono dei tordi, subito catturati per essere poi cucinati e serviti agli invitati.

 

Trimalchione libera uno schiavo vestito da Bacco, dopodiché esce dal triclinio.

 

Gli invitati, in attesa del rientro del loro ospite, iniziano una discussione su temi privati, ma anche pubblici: la morte di un conoscente, la crisi, la corruzione dei politici, gli accordi sotto banco fra politica e imprenditori per aumentare i prezzi dei generi alimentari, l’abbandono delle pratiche religiose tradizionali, gli spettacoli del circo.

 

Rientra Trimalchione che intrattiene a lungo gli ospiti conversando, da volgare parvenu qual è, dei propri disturbi intestinali.

 

Ma il lato kitsch di Trimalchione deve ancora sfoggiare il meglio di sé.

Per mostrare il proprio senso della democrazia, fa portare in sala tre maiali vivi: spetterà agli ospiti decidere - appunto con una votazione democratica - quale destinare alla cucina. Il malcapitato maiale viene cotto e riportato in sala. Mentre lo schiavo addetto gli taglia il ventre, ne fuoriescono salsicce e sanguinacci.

 

Applausi al cuoco e digressione di Trimalchione sull’invenzione di un particolare tipo di vetro infrangibile. Lo sfortunato inventore era stato, però, fatto decapitare dall’imperatore per paura che l’invenzione causasse una perdita di valore dell’oro.

 

Entra il segretario di Trimalchione, che legge il bollettino del 26 luglio (dunque la scena è immaginata d’estate) sugli avvenimenti accaduti nelle proprietà del padrone.

 

Durante il resoconto, si fa riferimento a un incendio avvenuto nei giardini di Pompei, un evento che permette, almeno secondo alcuni studiosi, di individuare un terminus ante quem per la composizione dell'opera. Dato che Pompei, com’è noto, venne distrutta dall’eruzione vesuviana del 79 d. C., il Satyricon dev’essere anteriore a quella data.

 

Spettacolo di giocolieri. Un equilibrista cade sul padrone di casa, procurandogli una contusione al braccio. Trimalchione decide di liberare il ragazzo perché non si possa dire che lui è stato colpito da uno schiavo.

 

Riprende la discussione dei convitati che si snoda attraverso la letteratura, il valore delle professioni moderne, il ruolo degli animali nel sistema della natura.

 

Lotteria per assegnare agli ospiti gli apophoreta (i “doni da portare via” che il padrone regala ai suoi ospiti).

 

Recita di versi omerici in greco e poco fortunoso tentativo da parte di Trimalchione di esibire la propria capacità di critico letterario.

 

La cena continua con un vitello che viene tagliato con la spada da uno degli attori.

 

A questo ennesimo colpo di scena ne segue un altro addirittura più clamoroso: il soffitto della sala si apre, nel terrore generale dei convitati, per fare posto a un enorme cerchio che cala piano sui banchettanti. Al cerchio sono legati corone d’oro e vasetti di alabastro ricolmi di profumi.

Mentre gli ospiti prendono i loro doni, dei servi hanno portato in sala un nuovo trionfo, pieno zeppo di torte allo zafferano. Al centro del trofeo una statua del dio Priapo che reca in grembo uva e frutta, simbolo di fertilità.

Subito dietro, altri schiavi portano un’immagine di Trimalchione che gli ospiti, a turno, devono baciare.

 

Ricomincia la discussione. Un commensale racconta di aver assistito alla trasformazione di un soldato in licantropo. Trimalchione risponde con un episodio a cui aveva assistito quando al suo padrone era morto il figlio prediletto: mentre la madre, di notte, vegliava il corpo del ragazzo, l'urlo delle streghe. Un soldato gigantesco lì presente era uscito per affrontarle e ne aveva colpita una con la sua spada. Ma rientrato in casa, la triste scoperta che invece del corpo del ragazzo le streghe avevano lasciato un fantoccio di paglia. Quanto al soldato, era morto dopo pochi giorni.

 

Rissa fra i cani prediletti di Trimalchione.

 

Altre portate.

 

Tirata moraleggiante di Trimalchione sulle buone maniere con cui bisogna trattare gli schiavi, esseri umani come noi.

 

Descrizione del monumento funebre di Trimalchione.

 

Bagno caldo prima di ricominciare la cena in una nuova sala da pranzo riccamente adornata.

 

Canto di un gallo. Trimalchione, inconsapevole eroe della comicità petroniana, ordina imperiosamente che venga individuato e ucciso all'istante in quanto portatore di malaugurio.

 

Lite fra Trimalchione e la moglie, reciproci insulti, storia dei successi economici di Trimalchione. Descrizione monumentale della sua casa (quattro sale da pranzo, venti camere da letto …).

 

Trimalchione ordina che gli vengano portate le vesti con cui sarà coperto il giorno del suo funerale, chiede agli invitati di simulare il banchetto funebre e a dei suonatori di intonare la marcia funebre.

 

Il chiasso è tale che i vigili di ronda fanno irruzione in casa, temendo un incendio. Nel caos provocato dal loro ingresso in scena, Encolpio, Ascilto e Gitone riescono finalmente a fuggire.

 

Tornati a casa, Encolpio si addormenta profondamente, Ascilto ne approfitta per rubargli nuovamente le grazie di Gitone.

 

Al risveglio di Encolpio i due rivali pretendono da Gitone una scelta definitiva. E Gitone decide per Ascilto.

 

In piena crisi depressiva, Encolpio si aggira per le vie della città, fin quando giunge in una galleria d'arte dove ammira dipinti di famosi pittori greci. Mentre si rammarica con se stesso per il tradimento dell'amante, incontra un anziano signore, tale Eumolpo, sedicente poeta. Il nuovo arrivato lamenta la triste condizione dell'artista del suo tempo, costretto a vivere in miseria poiché i ceti abbienti non sovvenzionano la cultura.

Eumolpo, però, un po' come tutti gli antieroi petroniani, svela presto il suo volto tragicomico: prendendo spunto dalla situazione occorsa a Encolpio, racconta un fatto personale per dimostrare che Gitone non è l'unico caso di volubilità adolescenziale.

Quand'era un giovane precettore gli era capitato di innamorarsi del suo allievo e di averlo sedotto. Ma il ragazzino, dopo l'iniziale ritrosia era diventato insaziabile, tanto che Eumolpo si era visto costretto a minacciarlo di raccontare tutto al padre se non avesse smesso con le sue richieste.

 

Si passa quindi a una discussione sulla decadenza dell'arte, le cui vere cause sono individuate nella perdita di valori degli artisti che, ormai, sono mossi soltanto dall'avidità di ricchezza.

 

I due sostano davanti a un quadro su cui è dipinto l'incendio di Troia. Eumolpo si avventura in una declamazione in versi sull'argomento e ... viene preso a sassate dai presenti.

Fuga dalla pinacoteca.

Alle terme, incontro fra Encolpio e Gitone.

Chiarimento fra i due amanti: Gitone ha seguito Ascilto solo per paura, non per amore.

 

In compagnia di Eumolpo, i due giovani fanno ritorno alla locanda in cui alloggia Encolpio, e qui l'anziano docente manifesta un interesse troppo scoperto per la bellezza fisica di Gitone. Rientro in scena di Ascilto.

 

Il testo seguente è lacunoso, ma è chiaro che Eumolpo, Encolpio e Gitone si imbarcano sulla nave del pirata Lica e di sua moglie Trifena, due vecchie conoscenze (evidentemente se ne parlava nei libri perduti) nei confronti dei quali i due giovani amanti hanno commesso un qualche crimine.

Vari colpi di scena.

Eumolpo racconta la novella della matrona di Efeso.

 

All'improvviso scoppia una tempesta.

Encolpio, Gitone ed Eumolpo approdano miracolosamente su una spiaggia, dove scorgono il corpo esanime del capitano.

Funerali di Lica.

 

I tre protagonisti si incamminano alla ricerca di un luogo abitato e giungono a Crotone.

Un contadino li informa che lì troveranno uno stuolo di anziani, ricchi ma senza figli, e uno stuolo ancora più numeroso di cacciatori di eredità.

 

Eumolpo propone allora di fingere che anche lui sia un ricco privo di eredi, mentre Encolpio e Gitone si fingeranno suoi schiavi.

 

Nuova discussione sulla decadenza dell'arte, in particolare della letteratura.

I giovani poeti, privi di autentica ispirazione, pensano che per scrivere un poema basti saper utilizzare gli artifici della metrica e della retorica. Accade così che anche un soggetto degno dell'attenzione di tutti come la guerra civile, nelle mani di un poeta moderno, si riduca a un vuoto esercizio di stile.

Eumolpo recita un suo Bellum civile.

 

Giunti a Crotone, il piano di Eumolpo ha successo. I cacciatori di eredità lo scambiano per un ricco possidente e lo ricoprono di ogni attenzione per ingraziarsi la sua benevolenza. 

 

Una ricca donna della città, Circe, si invaghisce di Encolpio. Appuntamento notturno dei due in un boschetto di platani. Primi approcci ma ... Encolpio non può procedere oltre.

Profondamente imbarazzato, confessa a Circe di aver meritato la punizione divina per un orribile crimine commesso.

 

Tentativi di Encolpio di guarire dall'impotenza.

 

Nuovo incontro notturno con Circe e nuovo fallimento.

La donna, convinta che Encolpio la stia schernendo, lo fa frustare dai suoi schiavi e lo caccia via.

Tornato alla locanda, Encolpio rimprovera aspramente la parte del corpo che lo ha tradito in una notte così importante e poi anche i severi Catoni che vorrebbero censurare questo tipo di linguaggio coprendolo con un falso moralismo.

 

L'indomani Encolpio si reca in pellegrinaggio nel più vicino tempio del dio Priapo pregandolo di smettere l'ira e di restituirgli la virilità.

La vecchia sacerdotessa del dio, Enotea, promette di guarirlo se trascorrerà la notte insieme a lei.

Encolpio prova un senso di disgusto, ma è disposto a tutto per tornare in possesso delle sue facoltà.

Le sue disavventure picaresche, però, non sono finite: durante la cerimonia di guarigione, la sacerdotessa cade da uno sgabello. Spaventate dal trambusto, tre oche sacre aggrediscono Encolpio, che ne uccide una e ne nasconde il corpo sotto un letto. 

Enotea è inorridita dall'empietà del giovane. Oramai nemmeno il rito purificatore potrà salvarlo, ma solo il sacro potere dell'oro.

Ricevuta l'offerta in denaro di Encolpio, il rito riprende. Enotea predice il futuro di Encolpio tramite la lettura del fegato dell'oca uccisa e, dopo averla sacrificata, la mangiano a cena.

Prosecuzione a luci rosse del rito, fin quando il giovane riesce a fuggire.

 

Encolpio paragona in versi la sua punizione divina a quella di "altri" eroi del mito: Ercole, Laomedonte, Telefo, Ulisse.

 

Una matrona di Crotone, nel tentativo di assicurarsi l'eredità di Eumolpo, gli offre le grazie dei suoi due figli, una ragazza e un ragazzo.

Mentre Eumolpo approfitta della giovane bellezza della fanciulla, Encolpio tenta di fare altrettanto col ragazzo, ma l'ira del dio Priapo non si è ancora placata.

Improvvisamente, per uno di quei colpi di scena cari a certo teatro sensazionalistico, un intervento del deus ex machina Mercurio gli riacquistare la virilità.

 

Le ultime pagine a noi pervenute del romanzo si chiudono sul finto testamento che Eumolpo redige per acquietare i sospetti dei cacciatori di eredità: egli lascerà tutti i suoi averi solo a chi, dopo la sua morte, si ciberà delle sue carni.

Un personaggio, dal significativo nome di Gorgia, ricorda episodi di cannibalismo resi celebri dalla storia e tenta di giustificare l'antropofagismo con ragionamenti sofistici.

Questione petroniana

I manoscritti contenenti il Satyricon - o quello che ne resta – recano, come autore dell'opera, un Petronius Arbiter, non meglio identificato.

Tacito, negli Annales, ci descrive lo stile di vita bohemienne e poi la morte di Petronio, un senatore della corte di Nerone, famoso dandy dell'epoca, tanto da essere considerato un modello dai giovani nobili romani, un elegantiae arbiter.

Questi due dati di partenza hanno dato vita alla cosiddetta “questione petroniana”.

Noi infatti, non sappiamo in quale epoca il Satyricon è stato composto né da chi, ma il contenuto dell'opera, i temi trattati, le polemiche che in esso si agitano, tutto farebbe pensare a una sua apparizione durante la dinastia giulio claudia, in particolare durante il regno degli ultimi imperatori, Claudio e Nerone, sotto il cui governo grande fu il potere acquistato dai liberti.

Il personaggio storico di cui ci parla Tacito poi, quel Petronio maestro di eleganza alla corte di Nerone, sembra il personaggio ideale a cui ascrivere la paternità dell'opera.

E tuttavia non sono mancate acute osservazioni di alcuni critici i quali contestano una facile risoluzione del problema.

Vediamo nel dettaglio lo stato della questione petroniana.

 

Possiamo dividere i critici in due categorie: unionisti e separatisti. I primi identificano, uniscono (da cui il termine unionisti) il Petronio di Tacito e l’autore del Satyricon. I secondi, al contrario, separano (da cui il termine separatisti) i due personaggi.

Gli argomenti usati dagli studiosi si possono così suddividere:

 

Unionisti

1) La coincidenza del cognome Arbiter attestato dai codici col soprannome arbiter attestato da Tacito per il Petronio senatore alla corte di Nerone.

2) La scena del romanzo si svolge in Campania e a Cuma, in Campania, muore il Petronio tacitiano.

3) Una serie di riferimenti a fatti o problemi agitati nell’epoca di Nerone o, in ogni caso, nel I sec. d. C., quali ad es.: la decadenza dell’eloquenza, il problema del trattamento da riservare agli schiavi, lo strapotere dei liberti, brani di un bellum civile recitati nel corso del romanzo che sembrano essere la parodia della Pharsalia di Lucano. Tutti questi elementi di polemica sociale sarebbero fuori luogo in un contesto storico diverso. A meno di pensare che l'autore del Satyricon abbia voluto creare il primo romanzo storico, con un anticipo di diciannove secoli su Walter Scott.

4) La lingua che, soprattutto laddove attinge al sermo plebeius, è vicinissima all’Apocolocintosi di Seneca.

5) Manca un qualsiasi accenno al cristianesimo.

6) Durante la cena di Trimalchione si fa riferimento a un incendio avvenuto negli orti Pompeiani (Pompei fu distrutta nel 79 d. C. e pertanto il romanzo dev’essere anteriore a questa data).

 

Separatisti

1) Quintiliano, che nell’Institutio oratoria fa una sorta di storia della letteratura latina, tace del tutto del Satyricon. Ma c'è da dire che tace anche di Fedro, mentre noi siamo certi che il favolista pubblicò la sua opera sotto l'imperatore Tiberio.

2) In Tacito arbiter è soprannome, non cognome di Petronio. Appare strano, ai critici separatisti, che Tacito, serio moralista qual è, abbia potuto usare il gioco di parole Arbiter (cognome) arbiter (soprannome).

3) Ignarra, nel 1770, credette di riconoscere nella Graeca urbs, colonia in cui si svolge l’azione del romanzo, Napoli, che divenne colonia romana solo durante l’età degli Antonini e propose perciò di datare l’opera alla fine del II sec. d. C.

4) Ettore Castorina ha proposto di datare l’opera all’età di Traiano, sostenendo che il quadro economico generale che si desume dal romanzo ben si adatta a quest’epoca piuttosto che a quella neroniana e notando che - nel Satyricon - si accenna a una moda retorica passata da poco dall’Asia in Atene corrompendo l’animo dei giovani. Castorina crede di poter qui individuare un riferimento all’asiatico Lolliano di Efeso che aprì una scuola di retorica in Atene sotto l’imperatore Traiano (98- 117 d. C.).

Il personaggio di Trimalchione

Nell'unica sezione integra che oggi possediamo del romanzo, giganteggia la figura di Trimalchione, ricchissimo liberto, anfitrione di sfarzose cene luculliane costruite all'unico scopo di fare bella mostra del proprio lusso.

 

Ammettiamo, però, che l'autore del Satyricon sia il senatore Petronio, modello di eleganza per i giovani rampolli della Roma bene di età neroniana, presto caduto in disgrazia, come altri personaggi coevi, e morto suicida all'epoca del fallito attentato ai danni di Nerone organizzato dai Pisoni.

 

Ammettiamo cioè, di avere a che fare con un poète maudit, improvvisamente escluso dal jet set di cui era l'astro più venerato, dai giochi di una politica che non ama, ma che pure gli garantiva la soddisfazione di sapersi al vertice della piramide sociale, e che adesso, dal suo esilio dorato in Campania, voglia fare della letteratura uno strumento di critica a un governo e a una corte imperiale di cui disprezza tutto.

 

Il Petronio della storia, sia esso o meno, il Petronio dei manoscritti del Satyricon, poco prima di morire ha scritto un elenco minuzioso di tutte le amanti e di tutti gli amanti di Nerone. Lo ha firmato col suo sigillo. E infine, ha distrutto il sigillo stesso perché nessuno potesse attribuirgli scritti non suoi.

 

Il Petronio della storia, inscenando una parodia vivente del suicidio stoico, si è tagliato le vene, le ha fatte suturare, le ha tagliate di nuovo, con sprezzo del dolore e della morte.

Ha dedicato gli istanti preziosi che lo separavano dall'ultimo respiro a discutere di argomenti frivoli, ha lasciato in eredità ad alcuni suoi servi la libertà, ma ad altri delle sonore frustate.

 

Petronio amava la parodia.

Se avesse scritto il Satyricon, cosa avrebbe voluto dirci tramite il personaggio di Trimalchione?

 

Il suo ruolo nel romanzo è chiaro.

Si tratta di uno dei tanti schiavi liberati di cui è affollata la scena romana nel I sec. d. C.

Amante del suo padrone, ne ha ereditato le innumerevoli ricchezze.

Trascorre le sue giornate alle terme, prolunga le sue notti in un tripudio sfarzoso di sé e delle sue ricchezze.

In un episodio della cena, confida ai suoi ospiti di voler acquistare delle terre in Sicilia. 

Lo aspetta, infatti, un viaggio verso le sue proprietà in Africa. In Campania ha terre immense. In Africa altrettanto. Ma in Sicilia no. E vorrebbe evitare di calpestare il suolo altrui.
Certo un iperbolico tentativo di autoesaltazione. Di sicuro la messa alla berlina di un'intera classe dirigente cui l'autore (chiunque egli sia) rimprovera soprattutto uno sfarzo faraonico incapace di coprire origini infime e i modi di essere di un terribile kitsch.

 

Qualche anno addietro però, è stata avanzata un'interessante ipotesi che crede di ravvisare nel termine Trimalchione un neologismo petroniano formato dal prefisso greco tri (tre) e dal termine etrusco malchio (maschio). 

Trimalchione, quindi, significherebbe "tre volte maschio", soprannome quanto meno risibile per chi è stato la "ragazza" del suo padrone.

 

L'estrema sintesti della corruzione dei tempi di Petronio.

Un personaggio laido, sporco dentro e luccicante fuori, fintamente generoso verso i suoi schiavi (in realtà la sua vera classe di appartenenza), tronfio di sé e delle sue presunte qualità di critico d'arte o, peggio ancora, di poeta egli stesso dagli esiti peraltro comici.

 

Insomma, la caricatura perfetta di Nerone.

Il Satyricon come parodia del romanzo greco

A prescindere dalla questione della data di pubblicazione del romanzo, appartenga esso al I o al II sec. d. C., quel che è certo è che se noi facessimo un salto indietro nel tempo e leggessimo il Satyricon nel tempo in cui è stato scritto, ci risulterebbe immediatamente evidente la sua vena parodica.

 

Prendiamo ad es. la vicenda tipica del romanzo greco di quei tempi.

Un ragazzo e una ragazza si innamorano. Vengono però separati dagli eventi, fra peripezie continue (tipico è il rapimento in una nave pirata), dentro le quali la ragazza riesce sempre a mantenere la propria virtù. Il finale è quello scontato in una commedia. I due giovani si ritrovano e possono coronare il loro sogno di vita insieme.

 

Osserviamo lo schema cornice del Satyricon: un ragazzo e un ragazzo stanno insieme. Arriva un terzo ragazzo che ostacola il rapporto dei primi due. Separati dagli eventi, rapiti dai pirati, uno è impotente, l'altro a tutto bada tranne che a conservare la propria castità.

 

La parodia non potrebbe essere più scoperta.

Il Satyricon come parodia del poema epico

Ma c'è altro.

 

Sintetizziamo il contenuto dell'Odissea: Un eroe mitico, intelligente e coraggioso, combatte con mostri e giganti, è amato da maghe e ninfe dalla bellezza fuor di misura. Spinto dall'eccessiva curiosità, però, viene rinchiuso nell'altro del ciclope Polifemo, lo acceca, ma scatena l'ira del dio Poseidone: non sarà in grado di ritornare nel suo regno se non dopo anni, povero, solo. E dentro casa troverà l'agguato dei nemici, pur se sua moglie, Penelope, saprà conservargli la sua castità e il suo trono.

 

Protagonista del Satyricon è Encolpio, un giovane omosessuale, non sappiamo quanto intelligente, ma certo non troppo coraggioso, continuo oggetto dell'insaziabile avidità sessuale di donne né troppo belle né troppo giovani. Spinto dall'eccessiva curiosità ha commesso un delitto (non conosciamo i particolari, perché il racconto dettagliato si trovava nei libri perduti) contro Priapo, dio della fertilità: non sarà in grado di compiere atti sessuali e il suo amasio, Gitone, subirà il continuo agguato di vari pretendenti a cui cederà senza troppe riserve.

 

Anche in questo caso la parodia non potrebbe essere più scoperta.