Le Bucoliche,[1] scritte a partire dal 42 e pubblicate nel 39 a. C., contengono dieci brevi componimenti in esametri che hanno per protagonisti pastori e per sfondo la campagna mantovana in cui essi vivono.

 

Il titolo è un calco dal greco (Bukolikà, letteralmente “cose da pastori”) e non è a caso, infatti il modello esplicito a cui Virgilio fa riferimento è il poeta siciliano Teocrito vissuto in età alessandrina.

 

 

 

Il modello greco: Teocrito

 

 

 

Teocrito era stato il primo poeta a fare dei canti dei pastori materia privilegiata dei suoi carmi, delineando il quadro di una campagna ideale in cui i pastori stessi sono poeti in prima persona.

 

La campagna di Teocrito rappresenta una sorta di paradiso terrestre in cui i personaggi godono del sole, della campagna, dei giochi d’amorose con le fanciulle e delle gare di poesia.

 

Fin da subito, dunque, è possibile notare una differenza con Virgilio: nella campagna di Teocrito non c’è spazio per le guerre civili: nessuna confisca, nessun riferimento alla tragedia della storia che provoca sofferenza nei protagonisti dell’opera. La campagna di Teocrito è il luogo di un sogno di perfezione.

 

Virgilio, invece, umanizza in un certo senso la campagna, facendola diventare un teatro in cui si agitano i grandi problemi sociali che hanno sconvolto la vita del poeta e quella dei suoi conterranei.

 

Un’altra differenza non di poco conto è la scenografia in cui si ambientano le varie poesie.

 

Teocrito immagina una campagna assolata, in cui è dolce trovare una tregua dalla calura al riparo delle fronde degli alberi, vicino alle fresche acque di un fiume dalle limpide acque.

 

Virgilio, nella prima ecloga[2] racconta l’addio fra due pastori (uno dei quali, Melibeo, ha subito la confisca del terreno ed è costretto a emigrare) sullo sfondo della brumosa campagna lombarda, con il fumo dei camini che si alza lento verso il cielo al tramonto.

 

Si è detto che questa differenza è dovuta all’origine dei due poeti: siciliano Teocrito e lombardo Virgilio.

 

Ma c’è molto di più: nello sfondo della campagna virgiliana si proiettano le ombre e le inquietudini esistenziali del poeta stesso, la scenografia delle Bucoliche è insomma una proiezione degli stati d’animo del poeta.

 

 

 

Nei versi che seguono Virgilio esplicita quale sia il proprio modello di riferimento: il “verso Siracusano”, cioè appunto il tipo di poesia creato da Teocrito, poeta siracusano per antonomasia.

 

Interessante anche la notazione del secondo verso neque erubuit, non si vergognò (soggetto Talia, la Musa della poesia comica[3], qui personificazione della poesia di Virgilio), quasi che un poeta debba giustificarsi nel momento in cui sceglie di scrivere versi su argomenti “leggeri” come la vita dei pastori.

 

Al verso 4 Cinzio, cioè Apollo, il dio della poesia, si rivolge a Virgilio chiamandolo Titiro, ossia col nome di uno dei protagonisti delle Bucoliche. È esplicita, in tal modo, la vocazione autobiografica dell’opera.

 

 

 

Bucoliche, 6, 1-5[4]

Prima Syracosio dignata est ludere uersu
nostra, neque erubuit siluas habitare, Thalia.
Cum canerem reges et proelia[5], Cynthius aurem
uellit, et admonuit: "Pastorem, Tityre, pinguis
pascere oportet ouis, deductum dicere carmen."               
5

 

 

 

L’Arcadia

 

Se, come abbiamo detto, Virgilio riversa nella sua poesia tutta la drammaticità degli avvenimenti storici contemporanei, è vero anche che il mondo in cui abitano i suoi pastori non è solo un palcoscenico per rappresentazioni tragiche: la frescura degli alberi che riparano dalla canicola, il dolce mormorio delle fronde, la placide acque di un ruscello, l’amore di una fanciulla, la gioia del canto, sono tutti elementi che concorrono a disegnare anche per le Bucoliche dei luoghi da sogno in cui il desiderio di felicità umana possa trovare soddisfazione.

 

Questo luogo paradisiaco - locus amoenus per usare la terminologia latina, è la trasfigurazione di una regione reale del Peloponneso, l’Arcadia, tant’è che da Virgilio in poi Arcadia è diventato il nome di un luogo da sogno, un paradiso abitato da pastori beati che realizzano il mito di una vita serena a contatto con la natura.

 

 

 

Contenuto delle Bucoliche:

 

1)       il pastore Melibeo è costretto a lasciare le proprie terre, confiscate da Ottaviano per essere distribuite ai suoi veterani. Dialogo di Melibeo con l’amico Titiro (che è riuscito, grazie a influenti protettori, a mantenere la sua proprietà)

 

2)       lamento d’amore del pastore Coridone per il giovane Alessi[6]

 

3)       gara di poesia fra due pastori

 

4)       Virgilio profetizza la nascita di un bimbo che riporterà sulla terra l’età dell’oro

 

5)       Lamento per la morte di Dafni, pastore morto per amore e assunto[7] in cielo fra gli dei

 

6)       Sileno (il vecchio satiro che allevò il dio Bacco), catturato da due giovani canta una serie di miti[8]

 

7)       Gara di canto fra pastori di Arcadia

 

8)       Un’altra gara di canto (l’ecloga è dedicata ad Asinio Pollione) 

 

9)       Stesso argomento della I: le espropriazioni di terre dei contadini mantovani a seguito delle guerre civili

 

10)   Virgilio tenta di consolare l’amico Cornelio Gallo (innamorato non corrisposto)

 

 

 

Come si nota, all’interno dell’opera vi è una divisione interna ben precisa: tutte le ecloghe dispari sono dialoghi, mentre le pari sono monologhi. In questo modo il poeta non si limita a variare il contenuto di ciascuna ecloga a seconda dei protagonisti e quindi anche il tono (triste, solare), ma varia anche la modalità narrativa, impreziosendo l’opera.

 

La I Bucolica

 

 

 

La I bucolica è la più nota.

 

Si tratta di un dialogo fra due pastori, Titiro e Melibeo, sullo sfondo della campagna mantovana.

 

Siamo negli anni quaranta del I sec. a. C.; Antonio e Ottaviano hanno sconfitto i loro rivali nella battaglia di Filippi (nel 42 a. C.) e necessitano di terre da assegnare come ricompensa ai loro soldati. Come avveniva spesso in quell’epoca, le terre vengono confiscate nei territori di quelle città che hanno parteggiato per i nemici sconfitti, in questo caso, la provincia di Mantova.

 

Entrambi i pastori sono piccoli proprietari terrieri e ricca di pathos è la descrizione del povero Melibeo che fugge in fretta portando con sé tutti i beni mobili (greggi comprese), per non lasciarli nelle mani del rozzo soldato che sta per succedergli nella proprietà.

 

Nel tragitto incontra l’amico Titiro che, grazie all’intervento di un potente amico, ha ottenuto da Ottaviano la possibilità di rimanere nelle proprie terre, dunque, agli occhi di Melibeo, può essere felice, al sicuro nelle terre in cui è nato e vissuto.

 

Bucoliche, 1[9]

 

Meliboeus

Tityre[10], tu[11] patulae recubans[12] sub tegmine fagi[13]
silvestrem tenui[14] Musam[15] meditaris avena[16];
nos
[17] patriae finis[18] et dulcia linquimus arva.
nos patriam
[19] fugimus; tu[20], Tityre, lentus[21] in umbra
formosam resonare doces
[22] Amaryllida[23] silvas.               5

                         Tityrus

O Meliboee[24], deus[25] nobis haec otia fecit.
namque erit ille mihi semper deus, illius
[26] aram
saepe tener nostris ab ovilibus imbuet agnus.
[27]
ille meas errare boves, ut cernis, et ipsum
ludere quae vellem calamo
[28] permisit[29] agresti.               10

                         Meliboeus

Non equidem invideo[30], miror magis; undique totis[31]
usque adeo turbatur
[32] agris[33]. en[34] ipse capellas
protenu
[35]s aeger ago[36]; hanc etiam[37] vix, Tityre, duco[38].
hic inter densas corylos
[39] modo namque gemellos,
spem gregis, a, silice in nuda conixa reliquit
[40].               15
saepe malum hoc nobis, si
[41] mens non laeva[42] fuisset,
de caelo tactas memini praedicere quercus
[43].
sed tamen iste deus qui sit da, Tityre,nobis.

                         Tityrus

Urbem quam dicunt Romam, Meliboee, putavi
stultus ego huic nostrae similem, cui saepe solemus               20
pastores ovium teneros depellere fetus.
sic canibus catulos similes, sic matribus haedos
noram, sic parvis componere magna solebam.
verum haec tantum alias inter caput extulit urbes
quantum lenta solent inter viburna cupressi.               25

                […]       


hic illum vidi iuvenem, Meliboee, quot annis
bis senos cui nostra dies altaria fumant,
hic mihi responsum primus dedit ille petenti:
'pascite ut ante boves, pueri, submittite tauros.'               45

                        

                 Meliboeus

Fortunate senex, ergo tua rura manebunt
et tibi magna satis, quamvis lapis omnia nudus
limosoque palus obducat pascua iunco.
non insueta gravis temptabunt pabula fetas
nec mala vicini pecoris contagia laedent.               50
fortunate senex, hic inter flumina nota
et fontis sacros frigus captabis opacum;
hinc tibi, quae semper, vicino ab limite saepes
Hyblaeis apibus florem depasta salicti
saepe levi somnum suadebit inire susurro;               55
hinc alta sub rupe canet frondator ad auras,
nec tamen interea raucae, tua cura, palumbes
nec gemere aeria cessabit turtur ab ulmo.

                         Tityrus

Ante leves ergo pascentur in aethere cervi
et freta destituent nudos in litore pisces,               60
ante pererratis amborum finibus exsul
aut Ararim Parthus bibet aut Germania Tigrim,
quam nostro illius labatur pectore vultus.

                         Meliboeus

At nos hinc alii sitientis ibimus Afros,
pars Scythiam et rapidum cretae veniemus Oaxen               65
et penitus toto divisos orbe Britannos.
en umquam patrios longo post tempore finis
pauperis et tuguri congestum caespite culmen,
post aliquot, mea regna, videns mirabor aristas?
impius haec tam culta novalia miles habebit,               70
barbarus has segetes. en quo discordia civis
produxit miseros; his nos consevimus agros!
insere nunc, Meliboee, piros, pone ordine vites.
ite meae, felix quondam pecus, ite capellae.
non ego vos posthac viridi proiectus in antro               75
dumosa pendere procul de rupe videbo;
carmina nulla canam; non me pascente, capellae,
florentem cytisum et salices carpetis amaras.

                         Tityrus

Hic tamen hanc mecum poteras requiescere noctem
fronde super viridi. sunt nobis mitia poma,               80
castaneae molles et pressi copia lactis,
et iam summa procul villarum culmina fumant
maioresque cadunt altis de montibus umbrae.

Melibeo

Titiro, tu disteso all’ombra di un faggio frondoso

provi una canzone silvestre sul semplice flauto;

noi lasciamo le terre della patria e le soavi campagne;

noi fuggiamo dalla patria; tu, Titiro, all’ombra tranquillo, insegni alle selve a far risuonare la bella Amarilli.

 

 

 

 

 

Titiro

O Melibeo, un dio ci ha concesso questa quiete; infatti

egli sarà per me sempre un dio; di frequente un tenero

agnello uscito dai nostri ovili colorerà di rosso il suo

altare. Egli ha permesso di pascolare le mie mucche, come osservi, e che suonassi libero sul flauto agreste.

 

 

 

 

 

Melibeo

Non provo certamente invidia; mi meraviglio piuttosto: da ogni parte, per le campagne, v’è tanto scompiglio. Io stesso,

ecco spingo avanti angosciato le caprette; anche questa, o Titiro, a fatica, dietro trascino. E, infatti, qui, tra i fitti noccioli,

ha posato pocanzi, ahimè, sulla nuda pietra con sforzi dolorosi

due gemelli, speranza del gregge. Ricordo che spesso questo male, se la mente non fosse stata cieca, l’avevano predetto le querce colpite dall’alto. Ma, Titiro, tuttavia, dicci di questo dio.

 

 

 

 

Titiro

O Melibeo, scioccamente, ritenni la città che Roma

chiamiamo simile a questa nostra ove spesso pastori

i teneri parti di pecore soliamo spingere. Così

mi figuravo simili ai cani i cuccioli, così i capretti

alle madri, così le cose grandi alle piccole. Ma questa

sollevò parecchio la testa tra le altre città,

quanto i cipressi sogliono tra i deboli arbusti.

 

 

 

 

 

 

 

 

Là io scorsi quel giovane, o Melibeo, per il quale

ogni anno fumano i nostri altari dodici giorni.

Là, a me, prima che glielo

chiedessi, rese il responso: «O ragazzi, come prima, fate

pascolare i buoi; allevate i tori».

 

Melibeo

Felice vecchio, di conseguenza, rimarranno tuoi i campi,

estesi per te, sebbene la nuda pietra e la palude

con il giungo limaccioso ricoprano i pascoli interi.

Le sgravate, sofferenti pecore non tenteranno malnoti

pascoli, né le tenteranno i mali contagiosi del gregge

vicino. Felice vecchio, il fresco delle ombre qui avrai

tra acque note e divine sorgenti; da un lato, la siepe,

come sempre dal vicino confine, succhiata nei fiori

di salice da api iblee, con dolce sussurro, di frequente,

ti recherà il sonno; dall’altro, sotto la rupe

alta, il canto lancerà al cielo il potatore,

né cesseranno le colombe, a te graziose, di tubare,

né finirà di gemere la tortora dall’olmo elevato.

 

 

 

Titiro

Dunque gli agili cervi si alimenteranno di aria

e l’onda butterà nudi sulla spiaggia i pesci;

ed esuli errando, il Parto berrà l’Arari oppure

la Germania il Tigri, prima che dal nostro cuore

sia estinto il suo volto.

 

 

 

Melibeo

Noi, al contrario, di qui in pochi andremo verso

gli Afri assetati, in pochi giungeremo alla Scizia

e al torbido Oasse e ai Britanni tanto tagliati fuori

dal resto del mondo. E mai, dopo lungo tempo rivedendo

i miei regni, osserverò i campi della patria e il tetto

dell’umile capanna coperto di zolle dietro rade

spighe? Un soldato violento avrà questi campi educati?

Un barbaro queste messi? Ecco fin dove la discordia

ha spinto i poveri cittadini: per costoro abbiamo

seminato i campi? Proseguite, mie caprette, un tempo

felici, proseguite! Da questo momento più non vi vedrò,

disteso in un antro verde, pendere da una rupe spinosa;

non eseguirò più canti; e non più, con me pastore, capre

graziose, brucherete il trifoglio fiorito, il salice amaro.

 

 

 

 

 

Titiro

A parte ciò, questa notte, qui con me potevi dormire

sopra il verde fogliame: ho mele fatte, tenere castagne

e formaggio abbondante; e già, in lontananza, fumano

i tetti delle fattorie e più dense cadono

dai monti elevati le ombre.

 

 

 

La IV Bucolica

 

Chi è il puer?

 

Nel Medioevo non c’erano dubbi: se Virgilio era un profeta pagano, il puer che avrebbe portato l’età dell’oro sulla terra, non poteva che essere Gesù.

 

Noi, lettori più smaliziati dei medievali, crediamo poco che Virgilio fosse un visionario anticipatore dell’avvento del cristianesimo, e dunque resta la domanda: chi è il bambino a cui l’ecloga affida il delicato e cosmico compito di portare il paradiso in terra?

 

La spiegazione più nota è che il nascituro sia il figlio di Asinio Pollione, uomo di governo, a cui il poeta doveva non poca riconoscenza per avergli fatto restituire le sue proprietà mantovane.

 

Una spiegazione affascinante è stata fornita da Santo Mazzarino, secondo il quale, per svelare l’identità del bambino bisogna capire il quadro storico di quel tempo.

 

Chi avrebbe effettivamente potuto portare la pace nell’impero romano?

 

In quel momento, sembrava che le guerre civili stessero per giungere a definitiva conclusione: Ottaviano e Antonio avevano sconfitto i loro avversari e avevano suggellato un patto di amicizia tra loro, nel modo classico degli antichi, con un matrimonio. La sorella di Ottaviano sposò Antonio e sembrò che in quel matrimonio e in quel patto fra i due uomini più potenti dell’orbe romano vi fossero i prodromi di una nuova era.

 

L’ecloga IV sarebbe l’augurio del poeta alla coppia di sposi più influente dell’impero di avere un figlio che sancisse la definitiva pace fra i signori della guerra.

 

 

 



[1] La traduzione integrale delle dieci bucoliche si può trovare a questo indirizzo: http://www.marcovalerio.it/antologia/Bucoliche/, mentre il testo latino si può facilmente reperire, su thelatinlibrary.com

[2] Il singolo componimento delle Bucoliche viene definito ecloga, letteralmente “scelta”, “selezione”.

[3] Non è a caso che il poeta scelga questa fra le nove Muse, infatti lo stile comico era tradizionalmente utilizzato per raccontare le azioni delle persone comuni, dunque uno stile ben adatto a narrare la vita dei pastori.

[5] Interessante anche quest’altro passaggio: Virgilio, evidentemente, fin da giovane andava componendo un poema epico, poi interrotto per scrivere le Bucoliche.

[6] In poesia, normalmente, non si fa distinzione fra amore eterosessuale e amore omosessuale.

[7] Numerose sono le assunzioni in cielo nel mondo antico: Saturno, il mitico re esule dalla Grecia che insegnò ai popoli italici i segreti dell’agricoltura, Ercole che compì le celeberrime fatiche, Romolo fondatore di Roma.

[8] L’ecloga contiene una dichiarazione di poetica.

[9] Testo latino tratto da: http://www.thelatinlibrary.com/vergil/ec1.shtml. Traduzione italiana di S. Saglimbeni in Virgilio, Bucoliche, Tascabili Economici Newton.

[10] Stando a Servio, un antico commentatore di Virgilio, il nome indica l’ariete che guida il gregge.

[11] Il pronome è in forte posizione enfatica, perché Melibeo vuole subito mettere in evidenza che la condizione dell’amico è quella di un privilegiato. Titiro, infatti, per intercessione di un potente amico, è riuscito a sottrarsi ai provvedimenti di confisca, dunque può rimanere, felice, sulle proprie terre. Melibeo, invece …

[12] Virgilio continua a insistere sulla condizione privilegiata di Titiro, che può permettersi di rimanere sdraiato all’ombra degli alberi, suonando una dolce melodia, mentre i vicini fuggono fra lo strepito delle greggi.

[13] Fagi concorda con patulae. Abbiamo qui un esempio di rispondenza metrica tipicamente virgiliana, assunta dai critici come esempio di quella ricerca dell’equilibrio poetico tipico dell’età augustea. Patulae, infatti, si trova esattamente alla fine del primo emistichio e dunque in clausola, e fagi ne è l’esatto corrispondente.

[14] L’aggettivo allude non soltanto al tipo di musica “leggera” che Titiro sta componendo col suo flauto, ma anche al carattere della poesia virgiliana nello specifico contesto delle Bucoliche. È dunque quasi una sorta di riflessione metaletteraria.

[15] Qui è metonimia per “musica”.

[16] Letteralmente è la canna col cui materiale è costruito il flauto, ma qui, per sineddoche, indica il flauto stesso.

[17] Al “tu” si contrappone significativamente questo “nos”, anaforicamente ripreso all’inizio del verso successivo; entrambi, come il precedente in posizione enfatica. Si è pensato che qui Virgilio avesse utilizzato la figura retorica della sineddoche e con il termine “noi” avesse voluto semplicemente indicare Melibeo. Ma con questa interpretazione la scena perderebbe di efficacia drammatica. Sarà invece più verosimile un’interpretazione letterale; con nos Melibeo indica non solo se stesso, ma tutti gli altri sfortunati pastori costretti a emigrare dalla patria. In questo modo la scena assume i contorni di un vero esodo biblico e il pathos della bucolica ne esce rafforzato.

[18] Accusativo plurale; forma poetica per fines.

[19] Poliptoto con il precedente patriae.

[20] Ancora la contrapposizione delle due differenti condizioni esistenziali attraverso i pronomi personali.

[21] Lentus si contrappone a linquimus e, soprattutto, a fugimus. Melibeo è ripreso mentre raccoglie in fretta tutti i suoi averi e fugge via. Al contrario, Titiro è la personificazione della calma e della serenità. Da notare anche l’allitterazione tu Tityre lentus.

[22] Il verbo doceo regge la costruzione del doppio accusativo: della cosa che si insegna e della persona a cui si insegna, in questo caso i boschi personificati.

[23] Inusuale l’utilizzo di un termine quadrisillabo nell’esametro. Qui si tratta del nome della ragazza amata da Titiro che insegna ai boschi a cantarne il nome. Il termine Amaryllida è di derivazione greca, significa letteralmente “colei che splende”, tant’è che l’accusativo è in a come nella terza declinazione greca.

[24] Sempre secondo Servio, il nome equivale a “colui che cura il bestiame”.

[25] Il dio di cui qui si parla è Ottaviano, proclamato divi filius già nel 42 a. C., in quanto figlio adottivo di Cesare. Il paragone con un dio poteva suonare sacrilego ai contemporanei di Virgilio, infatti il poeta si affretta a chiarire le ragioni di questa sua affermazione: egli considererà sempre un dio l’uomo che gli ha permesso di rimanere sulle sue terre. Insomma, Ottaviano è stato dispensatore di un beneficio così grande che l’unico paragone corretto è quello con una divinità. Troviamo qui i prodromi di quel culto dell’imperatore che sarà definito qualche decennio più tardi quando, ormai sconfitto Antonio (l’unico rivale di un certo rilievo), Ottaviano si farà proclamare Augusto (nel 27 a. C.), cioè il soprannome di Romolo, fondatore della città e per questo assunto in cielo fra gli dei.  Qualche anno più tardi assocerà alla sua persona l’appellativo di pater patriae e in ultimo, dopo la morte, sarà ufficialmente divinizzato.

[26] Altro poliptoto, con il precedente ille. Qui illĭus con i breve per ragioni metriche.

[27] In quanto divinità, ad Ottaviano ne spettano tutti gli attributi esteriori, compreso l’altare sacrificale (aram) e il sacrificio ripetuto (saepe) di una vittima (agnus).

[28] Come per il precedente avena, anche qui calamo è usato in sineddoche, indicando, letteralmente, il materiale con cui si costruivano i flauti.

[29] Qui permisit è costruito con l’infinitiva, mentre solitamente vuole la costruzione di ut e il congiuntivo.

[30] Gli antichi Romani erano molto superstiziosi e credevano che l’invidia potesse attirare sventura, perciò Melibeo si affretta a chiarire che non prova invidia per la condizione fortunata dell’amico, piuttosto si stupisce perché, come chiarirà poco dopo, Titiro è tranquillo mentre tutt’intorno c’è un caos disordinato provocato dalla fuga precipitosa degli altri proprietari.

[31] In iperbato col successivo agris con cui costituisce complemento di stato in luogo (senza la preposizione in).

[32] Impersonale.

[33] Da notare la sovrabbondanza di termini che il poeta usa per rendere al lettore il drammatico caos di quei giorni: undique, totis, usque, adeo.

[34] Interiezione, “ecco”, un modo per rendere più verosimile la battuta di Melibeo, come fosse in presa diretta.

[35] Forma arcaica per protinus.

[36] Fra aeger e ago c’è un gioco di rimandi fonici che si comprende solo ricordando che la nostra lettura del latino è quella umanistica, non quella dei latini. Al tempo di Virgilio aeger (che noi pronunciamo èger) si leggeva àegher.

[37] Una nota patetica questo etiam. Melibeo nota con tristezza che è costretto a condurre via “anche” questa capretta nonostante abbia appena partorito.

[38] Il verbo dei condottieri; ma qui è utilizzato proprio per indicare il contrasto fra il duce che guida le truppe alla vittoria in battaglia e la situazione del povero pastore che deve suo malgrado guidare il proprio gregge verso pascoli sconosciuti. Entrambi, esseri umani e animali, vittime incolpevoli delle lotte fra i grandi della politica.

[39] Grecismo.

[40] La descrizione del parto appena avvenuto è piena di commozione: nuda silice, perché la capretta non ha avuto di meglio per il parto che una pietra dura; spem gregis, dato che un parto gemellare era quanto di meglio potessero augurarsi i proprietari di greggi, ma ora, due gemelli sono un doppio peso durante la precipitosa fuga e pongono maggiori problemi organizzativi; conixa (part. pass. da conitor), dopo innumerevoli sforzi; reliquit, perché stremata e ormai priva di energie. Virgilio si serve dell’immagine della condizione animale per evidenziare la sofferenza di un’intera società costretta ad abbandonare la propria terra. Uomini e gregge, che prima vivevano in armonia, costretti adesso a gesti innaturali, come, appunto, partorire per via su una pietra nuda.

[41] Questa parentetica contiene la protasi di un periodo ipotetico dell’irrealtà (si fuisset) che manca di apodosi. Il senso comunque è chiaro, Melibeo afferma che avrebbe potuto essere più previdente, prepararsi meglio alla fuga, dato che innumerevoli segni celesti avevano annunziato l’imminente tragedia.

[42] Litote. Anziché dire “attenta” il poeta preferisce dire “non distratta”.

[43] Secondo la mentalità antica, tutto ciò che accade è segno, manifestazione della divinità. Erano così nati innumerevoli collegi di sacerdoti esperti nell’interpretazione dei segni a seconda dello specifico ambito in cui gli dei decidevano di manifestarsi. In questo caso si fa riferimento alle querce colpite dai fulmini, un fenomeno ritenuto particolarmente importante perché in tutti i popoli indoeuropei il dio dei fulmini (Giove, Zeus, Thor …) è uno dei più potenti quando non il re di tutti gli altri dei. Il collegio sacerdotale che a Roma si occupava di questo segni specifici era quello degli Àuguri, uno dei più importanti.