I nostri mesi sono divisi in cicli di sette giorni, ma non sempre e ovunque è stato così.

A Roma la settimana fu introdotta nel I sec. a. C., dall’Egitto, e fu ufficializzata solo nel IV d. C. dall’imperatore Costantino.

L’idea di dividere i mesi in cicli di sette giorni nacque certamente in Mesopotamia, dove è testimoniata già nel codice di Hammurabi; gli astronomi caldei consacrarono ogni giorno a una divinità, cioè a uno dei sette pianeti che girano intorno alla Terra (quasi tutti  gli scienziati antichi erano convinti che la Terra fosse ferma al centro dell’universo).

L’uso del ciclo di sette giorni fu poi corroborato dal mito ebraico della creazione, secondo cui Dio creò l’universo in sei giorni e al settimo si riposò.

 

Traccia dell’antico significato religioso dei nomi della settimana sono rimaste anche nella terminologia moderna, come si può vedere nella seguente tabella:

 

Nomi latini

Nomi attuali

Significato

Pianeta di riferimento

dies Lunae

Lunedì[1]

giorno della Luna

Luna

dies Martis

Martedì

giorno di Marte

Marte

dies Mercurii

Mercoledì

giorno di Mercurio

Mercurio

dies Iovis

Giovedì

giorno di Giove

Giove

dies Veneris

Venerdì

giorno di Venere

Venere

dies Saturni

Sabato[2]

giorno del riposo (shabbath in ebraico)

Saturno

dies Solis

Domenica

giorno del Signore (dominus)

Sole

 

Gli antichi mesi romani cominciavano dal primo giorno di Luna nuova: i giorni di novilunio erano chiamati calendae, i giorni di plenilunio idi e quelli mediani nonae, perché cadevano nove giorni prima delle idi.

Dal nostro punto di vista è un metodo di calcolo complicato.

Infatti noi, molto più semplicemente, indichiamo i giorni del mese con il numerale corrispondente partendo da 1 (1,2,3,4… marzo).

I Romani no.

Contavano i giorni che mancavano alle varie fasi della Luna: il nostro 15 marzo corrisponde al loro quarto giorno prima delle calende di marzo.

E siccome un ciclo lunare dura circa 28 giorni, cioè 56 giorni in due mesi, i Romani li divisero in gruppi di 8 giorni ciascuno, 7 lavorativi e l’ottavo di riposo.

In questo modo lo stato romano privilegiava la produttività, in quanto si lavora sette giorni di fila e ci si riposava tre giorni al mese invece dei nostri quattro.

 

Questi periodi di otto giorni vennero chiamato nundina cioè letteralmente periodi di nove giorni, perché i Romani contavano sia il giorno di partenza sia quello finale (secondo il loro  modo di calcolo, Domenica viene ogni otto giorni, non ogni sette)[3].

Dunque, se fossimo a scuola, diciamo nel 238 a. C., prima di dire che giorno è oggi avremmo dovuto stabilire quando ci sarebbe stata luna nuova, cioè le calende, poi avremmo dovuto stabilire il primo giorno di luna piena, cioè le idi e il periodo intermedio, nove giorni prima delle idi, cioè le none.

A questo punto sarebbe “bastato” sottrarre alle calende, alle idi o alle none il numero di giorni rispetto a quello in cui ci troviamo effettivamente.

Siccome è complicato solo a dirlo, fin dall’antichità il collegio sacerdotale dei pontefici ogni anno pubblicava un documento in cui, oltre alle varie fasi della Luna, era scritto - mese per mese - il giorno in cui sarebbero cadute le calende.

I Romani lo chiamarono perciò calendario. E anche noi.



[1] dìes lunae o lunae dìes in latino è lo stesso. Lunae dìes, pian piano, nel parlato diventò lunedìes e poi lunedì.

[2] Ma in inglese, ad es., sabato si dice ancora satur-day, giorno di Saturno, e domenica sun-day, giorno del Sole.

[3] Nella Commedia delle pentola di Plauto, ad es., del 194 circa a. C., un cuoco che vuole insultare un collega gli dice “cuoco nundinale”, cioè professionista di scarso valore perché viene impiegato una volta ogni nove giorni (noi diremmo “cuoco della domenica”).