Giulio Cesare non fu solo stratega e politico, ma anche un brillante scrittore, tanto che le sue opere, già poco dopo la morte, vennero considerate dei “classici”, esempi illustri di stile asciutto e limpido.

 

In effetti è stato notato che fra il Cesare scrittore e il Cesare generale non c’è differenza: come le sue azioni militari furono veloci e dirette al conseguimento del risultato, allo stesso modo la sua prosa è priva di qualsiasi fronzolo retorico inutile; Cesare scrive in un latino chiaro, semplice, e diretto.

 

Della produzione letteraria cesariana oggi ci rimangono solo due opere: i Commentarii de Bello Gallico e i Commentarii de Bello civili, la prima dedicata agli anni delle guerre contro le popolazioni celtiche in Francia e Belgio, la seconda alla ricostruzione della guerra civile contro Pompeo.

 

Eppure Cesare non fu solo scrittore di fatti storici.

 

Tra le sue opere gli antichi annoveravano anche un trattato di linguistica, il De analogia,[1] diverse orazioni[2] e scritti poetici[3], l’Anticato, un pamphlet polemico in risposta all’elogio di Catone Uticense scritto da Cicerone, a dimostrazione dell’attenzione che Cesare dimostrava nei confronti dei media del tempo[4]; un’opera astronomica, il De astris. Inoltre, scrisse numerose lettere, purtroppo oggi perdute.

 

Nel Corpus Caesarianum sono presenti anche altre opere, non scritte però da Cesare, bensì dai suoi ufficiali, che raccontarono gli eventi bellici non compresi nei due Commentarii e di cui era stato protagonista il loro generale.[5]

 



[1] Roma era ormai capitale di un vasto impero multietnico ed era naturale che la lingua latina si trasformasse, accogliendo termini ed espressioni mutuati da altri popoli, specie di lingua greca. Ma che fare con i cambiamenti? Accettarli o rifiutarli? Si formarono due scuole di pensiero: gli anomalisti, favorevoli a recepire i cambiamenti avvenuti di fatto nel parlato e gli analogisti che, invece, difendevano l’immutabilità della lingua dei padri. Cesare apparteneva al secondo schieramento, era contrario, ad es., ai neologismi, ammetteva l’introduzione di poche e selezionate parole greche, ma solo se declinate latinamente. (http://la.wikisource.org/wiki/De_analogia_libri_II a questo indirizzo si possono leggere frammenti dell’opera)

[2] Una, quella pronunciata in Senato in difesa dei Catilinari, è riportata nel De Catilinae coniuratione di Sallustio.

[3] Un poemetto (Laudes Herculis) una tragedia (Oedipus), poesie d’amore, tutti scritti negli anni giovanili, mentre nella maturità scrisse un poemetto (Iter) su un viaggio compiuto da Roma in Spagna nelle fasi conclusive della guerra civile.

[4] Se nel mondo antico non esistevano le televisioni e internet, non si deve peraltro ritenere che le idee non circolassero, anzi. Le idee circolavano attraverso le opere d’arte, soprattutto gli scritti, fossero poetici o pamphlettistici. Così Cesare, preoccupato della formazione nell’opinione pubblica di una visione favorevole ai suoi avversari, pensò di rispondere a un libello polemico con un altro libello dallo stesso tono, marcando ancora una volta la sua distanza dai metodi repressivi usati dai suoi predecessori, che preferivano risolvere sbrigativamente il dissenso attraverso l’eliminazione fisica degli avversari.

[5] Si tratta del Bellum Alexandrinum, Bellum Africum, Bellum Hispaniense, che raccontavano gli eventi della guerra civile negli anni 47-45 a. C.