Gli Appunti sulla guerra civile

 

 

 

Nei Commentarii de bello civili, Cesare racconta gli avvenimenti della guerra civile contro Pompeo.

 

L’opera è in tre libri: i primi due raccontano i fatti del 49 a. C., il terzo i fatti del 48.

 

Come già nel De bello Gallico, anche in quest’altra opera lo scrittore punta l’attenzione sulle cause che hanno portato al conflitto, per giustificare a posteriori il proprio operato.

 

I fatti sono noti: scaduto il secondo mandato proconsolare in Gallia, Cesare chiede di poter rimanere all’estero e di candidarsi da assente alle elezioni per il consolato. Il senato rifiuta e gli chiede formalmente di sciogliere l’esercito e venire a Roma da privato cittadino. Cesare, allora, il 10 gennaio del 49 a. C., decide di attraversare il Rubicone con il suo esercito, così scoppia la guerra civile.

 

L’accusa che gli si muoveva era di aver violato la costituzione[1] e aver scatenato la guerra per interesse personale.

 

Cesare vuole innanzitutto chiarire che anche in questo caso, come per la guerra contro i Galli, egli ha agito nell’esclusivo interesse dello Stato, e presenta perciò i suoi avversari come uomini corrotti, avidi di denaro, arroccati nella difesa dei propri privilegi di casta.

 

Così punta l’attenzione sulle offese ai tribuni della plebe, rappresentanti del popolo, più volte sminuiti da senatori arroganti.[2]

 

Per difendere i tribuni, Cesare si vede costretto a muovere guerra alla casta al potere.

 

 

 

De bello civili, I, VII

 

Quibus rebus cognitis Caesar apud milites contionatur. Omnium temporum iniurias inimicorum in se commemorat; a quibus deductum ac depravatum Pompeium queritur invidia atque obtrectatione laudis suae, cuius ipse honori et dignitati semper faverit adiutorque fuerit. Novum in re publica introductum exemplum queritur, ut tribunicia intercessio armis notaretur atque opprimeretur, quae superioribus annis armis esset restituta. Sullam nudata omnibus rebus tribunicia potestate tamen intercessionem liberam reliquisse. […]   Hortatur, cuius imperatoris ductu VIIII annis rem publicam felicissime gesserint plurimaque proelia secunda fecerint, omnem Galliam Germaniamque pacaverint, ut eius existimationem dignitatemque ab inimicis defendant. Conclamant legionis XIII, quae aderat, milites—hanc enim initio tumultus evocaverat, reliquae nondum convenerant—sese paratos esse imperatoris sui tribunorumque plebis iniurias defendere.

Informato di questi avvenimenti, Cesare indice un’assemblea e parla ai soldati. Ricorda le offese ricevute in ogni tempo dai nemici; lamenta che Pompeo, si sia fatto sobillare da loro, per invidia e gelosia della sua fama, mentre lui lo aveva sempre favorito nell’accesso alle cariche pubbliche e durante le elezioni. Lamenta ancora che nella Repubblica sia stata introdotta una nuova usanza, che il diritto di veto dei tribuni è cioè vietato con le armi, mentre negli anni precedenti era stato ripristinato. Anche Silla, che pure aveva privato i tribuni di ogni potere, aveva almeno lasciato il diritto di veto. […][3]

Li esorta - dato che sotto il suo comando, per nove anni avevano servito lo stato egregiamente, che avevano vinto moltissime battaglie, avevano pacificato tutta la Gallia e la Germania – a difendere dai nemici il suo onore e la sua dignità. I soldati della tredicesima legione, che era presente (infatti l’aveva fatta venire all’inizio dei disordini, mentre le altre non erano ancora arrivate)[4] lo acclamano e si dicono pronti a difendere dalle ingiustizie il loro generale e i tribuni della plebe.

 

 

 

Ottenuto il consenso delle truppe, allora e solo allora Cesare decide di varcare il Rubicone e muovere guerra alle frange nemiche del Senato.

 

Per giustificare il proprio operato Cesare glissa su un particolare non indifferente; le altre fonti[5] in nostro possesso ci dicono, infatti, che l’assemblea dell’esercito fu convocata dopo aver attraversato il Rubicone, e non prima.

 

Un altro passo importante, per capire l’ideologia cesariana, si trova alla vigilia della battaglia di Farsàlo, che deciderà le sorti della guerra. Cesare ci presenta il campo avversario sotto una luce a lui favorevole, rimarcando che, proprio nei giorni precedenti la battaglia, i suoi nemici erano impegnati a dividersi “le poltrone”, gli incarichi che avrebbero potuto più facilmente gestire una volta che Cesare fosse uscito di scena.[6]

 

 

 

De bello civili, III, LXXXII

 

Pompeius paucis post diebus in Thessaliam pervenit contionatusque apud cunctum exercitum suis agit gratias, Scipionis milites cohortatur, ut parta iam victoria praedae ac praemiorum velint esse participes, […]

Iamque inter se palam de praemiis ac de sacerdotiis contendebant in annosque consulatum definiebant, alii domos bonaque eorum, qui in castris erant Caesaris, petebant […]

Pochi giorni dopo Pompeo giunse in Tessaglia, convocò l’assemblea dei soldati, ringraziò i suoi, incoraggiò i soldati di Scipione a voler partecipare al bottino poiché la guerra era praticamente vinta […]

E già litigavano apertamente sulle ricompense e le cariche sacerdotali, decidevano i consoli degli anni a venire; altri chiedevano le case e i beni di quelli che erano nel campo di Cesare […]

 

 

 

 

 

De bello civili, III, LXXXIII

 

Iam de sacerdotio Caesaris Domitius, Scipio Spintherque Lentulus cotidianis contentionibus ad gravissimas verborum contumelias palam descenderunt, cum Lentulus aetatis honorem ostentaret, Domitius urbanam gratiam dignitatemque iactaret, Scipio affinitate Pompei confideret […]

Domizio, Scipione e Lentulo Spintere, arrivarono a insultarsi apertamente con le parole più offensive, in litigi quotidiani, per il sacerdozio di Cesare[7], dato che Lentulo ostentava l’onore dell’età, Domizio si vantava della popolarità e della stima di cui godeva a Roma, Scipione confidava nella parentela con Pompeo […]

 

 

 

Alla supponenza dei Pompeiani, fa da contraltare l’atteggiamento provvidente e paternalistico di Cesare.

 

 

 

De bello civili, III, LXXXIV

 

Re frumentaria praeparata confirmatisque militibus et satis longo spatio temporis a Dyrrachinis proeliis intermisso, quo satis perspectum habere militum animum videretur, temptandum Caesar existimavit, quidnam Pompeius propositi aut voluntatis ad dimicandum haberet. Itaque exercitum ex castris eduxit aciemque instruxit, primum suis locis pauloque a castris Pompei longius, continentibus vero diebus, ut progrederetur a castris suis collibusque Pompeianis aciem subiceret. Quae res in dies confirmatiorem eius exercitum efficiebat. Superius tamen institutum in equitibus, quod demonstravimus, servabat, ut, quoniam numero multis partibus esset inferior, adulescentes atque expeditos ex antesignanis electis ad pernicitatem armis inter equites proeliari iuberet, qui cotidiana consuetudine usum quoque eius generis proeliorum perciperent […]

Preparate le provviste, rincuorati i soldati, lasciato passare tempo sufficiente dalla battaglia di Durazzo[8] per osservare l’animo dei soldati, Cesare ritenne di dover sondare le intenzioni di Pompeo, che intenzioni avesse riguardo la battaglia. Perciò fece uscire l’esercito e lo schierò, prima piuttosto lontano dal campo di Pompeo, nei giorni a seguire sempre più lontano dal proprio accampamento portando le schiere fino alle colline occupate da Pompeo. Ciò rese di giorno in giorno più fiducioso il suo esercito. Manteneva poi l’abitudine - di cui si è detto prima - fra i cavalieri cioè che, siccome erano inferiori di numero rispetto agli avversari, ordinava a un gruppo di giovani soldati armati alla leggera scelti fra gli antesignani[9], di combattere in mezzo ai cavalieri, in modo che con l’esercizio giornaliero acquistassero dimestichezza in quel tipo di combattimento.

 

 

 

Come si vede, Cesare presenta se stesso come un buon padre di famiglia che provvede innanzitutto alle provviste per i suoi soldati. In secondo luogo, egli ha esperienza di tattiche militari, segue personalmente le operazioni, guida il suo esercito, fa in modo che prendano coraggio e si addestrino nel migliore dei modi.

 

È giusto, quindi, che egli abbia vinto. I suoi nemici, invece, sono indegni degli incarichi che ricoprono, nobili arroganti che hanno come unico scopo la spartizione degli incarichi politici.

 

 

 

Dopo la battaglia di Farsàlo, Pompeo scappa in Egitto dove viene ucciso.

 

Il De bello civili si conclude sostanzialmente così, con la morte dell’antagonista, mentre gli ultimissimi capitoli accennano alle battaglie combattute per le vie di Alessandria tra i soldati di Cesare e quelli di Tolomeo XIII.

 

Proprio perché il racconto rimane interrotto, alcuni generali di Cesare ritennero di dover completare il quadro delle guerre civili con altri racconti storici poi tramandati insieme ai Commentarii nel Corpus Caesarianum.

 



[1] Dai tempi di Silla era vietato ai generali scendere a sud del Rubicone con i loro eserciti; se dovevano venire a Roma per il trionfo, prima dovevano congedare i soldati.

[2] In realtà, i tribuni chiedevano di votare una legge ad personam per permettere a Cesare di candidarsi al consolato da assente, procedura contraria alla legge elettorale in vigore in quel momento. Il senato, respingendo le loro richieste, non faceva altro che difendere la costituzione vigente.

[3] Nella parte di testo non riportato, Cesare ricorda che se altre volte nella storia era accaduto che il Senato avesse preso dei provvedimenti contro i tribuni della plebe, c’erano però stati dei motivi molto seri di ordine pubblico, come nel caso delle proposte di legge dei Gracchi. Stavolta non era accaduto nulla di tutto ciò, dunque i provvedimenti a danno dei tribuni potevano essere dettati solo da spirito antidemocratico.

[4] Interessante questa parentesi di Cesare, e in netto contrasto con tutto il suo discorso. Se, infatti, la sua decisione di varcare il Rubicone fu dettata dai disordini contingenti a Roma e dall’improvviso arrivo dei tribuni, e non c’era dietro alcun progetto di potere personale, perché aveva già disposto che venisse il suo esercito?

[5] Plutarco e Svetonio.

[6] Non manca un accenno ironico a Tito Labieno, uno dei suoi generali più validi e fidati al tempo delle guerre galliche, che era passato nel campo avversario.

[7] Litigavano, cioè, su chi avrebbe preso il posto di Cesare come pontifex maximus.

[8] L’esercito di Pompeo aveva riportato la vittoria, per cui il morale dei cesariani era basso.

[9] I soldati che combattevano davanti alle insegne (signa in latino, da cui ante-signani, “quelli che combattono davanti alle insegne) e le proteggevano.